Algeria, sorellanza contro l’integralismo

NON CONOSCI PAPICHA, esordio alla regia di Mounia Meddour, è un film militante dal cuore femminista e anti-integralista. Distribuito da Teodora dal 27 agosto, già a Cannes nel 2019 e designato all’Oscar dall’Algeria nel 2020, quest’opera prima ha già ricevuto un doppio César per regista e interprete principale, la giovanissima Lyna Khoudri (nel cast anche del film di Wes Anderson The French Dispatch). Il film, che in Francia ha incassato oltre due milioni di euro, ci porta indietro agli anni Novanta in un’Algeria colpita da un’ondata di fondamentalismo religioso più che violento. Ma la dinamica Nedjma (soprannominata Papicha e interpretata dalla bravissima Khoudri) che studia francese all’università e sogna di diventare stilista, non è certo una che si arrende. Anzi, nonostante tragici fatti abbiano colpito direttamente la sua famiglia, la ragazza non ci sta a piegare la testa all’oltranzismo del regime e così decide di organizzare con le compagne di corso all’università una sfilata dei suoi abiti che diventerà il simbolo di una forte e drammatica battaglia per la libertà.

“Ho studiato in Algeria in un campus molto simile a quello del film e nella stessa epoca – dice la regista che ha vissuto in prima persona quegli anni difficili – . A metà del cosiddetto “decennio nero” la mia famiglia ha deciso di lasciare il paese, anche perché mio padre, anche lui regista, aveva ricevuto diverse minacce come molti altri intellettuali. Il campus è un microcosmo che ruota attorno a Nedjma e alla sua storia di resistenza, ed è lei che ci accompagna in questo viaggio irto di insidie che svela le diverse facce della società algerina, ma che parla anche di sorellanza, di amicizia e di amore”. La passione per la moda di Nedjma, continua la regista: “È il simbolo di questa battaglia contro il fondamentalismo islamico, del desiderio di valorizzare il corpo femminile piuttosto che nasconderlo. E mi affascinava l’idea che per la sfilata finale Nedjma decidesse di disegnare degli haïk, le vesti bianche tradizionali algerine, molto semplici ed economiche, che rappresentano alla perfezione un’idea di purezza ed eleganza”.

E conclude la Meddour, figlia del documentarista Azzedine, che per il film si è ispirata a una vicenda davvero accaduta: “È stato importante per me poter girare in Algeria, anche per inserire nel film delle scene dal taglio quasi documentaristico e quella parlata tipica, molto creativa, che unisce arabo e francese e che chiamiamo françarabe. Inoltre, il ricordo del decennio nero è ancora vivo in Algeria e per molte persone le riprese sono state un’occasione per esorcizzare quella stagione, anche solo discutendone”. Una curiosità: Papicha nel gergo dei giovani algerini si usa per chiamare in modo dispregiativo una ragazza carina che ha però come colpa quella di essere troppo libera, sicuramente facile, troppo discinta, disinibita e moderna.


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