Aprono i porti con i seggi chiusi: il Pd ora può dare il via all’invasione

Ha messo al sicuro i voti e poi è tornata all’attacco. È la solita strategia adottata dalla sinistra: non tirare fuori i dossier spinosi sotto elezioni e scoprire le carte solo a urne chiuse. Prendiamo, per esempio, il caso della Alan Kurdi. Dopo aver recuperato 133 immigrati clandestini nel Mar Mediterraneo centrale ha puntato dritto al porto di Lampedusa. Domenica scorsa, mentre gli italiani andavano a votare, il responsabile della nave Gordon Isler chiedeva l’immediata evacuazione. “Hanno particolarmente bisogno di protezione – diceva – non devono diventare oggetto di negoziazione tra i Paesi dell’Ue”. Per ore il governo giallorosso ha fatto finta di nulla. L’indomani, mentre le urne erano ancora aperte, i volontari della Sea Eye sono tornati a chiedere che gli venisse aperto il porto. “Nessuno vuole la responsabilità di coloro che vengono salvati”, lamentavano. Ma, ancora una volta, da Roma nulla. Solo silenzio. Le ore sono diventate giorni. E, mentre Nicola Zingaretti gioiva di aver arginato l’avanzata del centrodestra e di aver conservato il potere in Toscana, Campania e Puglia, l’imbarcazione decideva di far rotta verso Marsiglia. È bastata la voce grossa del ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin a rimettere in riga il governo Conte che, evitata la disfatta alle regionali, può tornare ad accogliere tutti quanti.

Non è solo sui porti aperti che i giallorossi stanno giocando sporco. Dopo aver salutato con devozione il nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo presentato dalla Commissione europea, eccoli tornare alla carica con il solito cavallo di battaglia: l’accoglienza senza se e senza ma. Eppure, non più di tre settimane fa, un sondaggio pubblicato da Affaritaliani aveva già seppellito l’esecutivo per la gestione strampalata degli sbarchi e per l’incapacità di mettere in quarantena i clandestini appena arrivati. “Una bocciatura netta, chiara e senza appello”, aveva sintetizzato Roberto Baldassari, direttore generale di Lab2101 e docente di Strategie delle ricerche di opinione e di mercato all’università degli studi RomaTre. Non solo il 57% degli intervistati aveva detto di non condividere le misure adottate dal governo, ma quasi il 55%, considerando soprattutto la situazione drammatica che si è venuta a creare nei porti e negli hotspot siciliani, aveva chiesto le dimissioni del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. Il messaggio non deve essere arrivato forte e chiaro ai giallorossi e in particolar modo al Partito democratico. Nelle ultime ore si è, infatti, tornati a parlare di ius soli e di ius culturae. Non una sparata delle frangia più estremista ma una reale ipotesi di lavoro. “Ci rifletteremo”, ha garantito il premier Giuseppe Conte. “Combatteremo per ottenere i voti necessari”, assicura Zingaretti che solo una settimana fa si sarebbe ben guardato dal toccare un argomento tanto spinoso che aveva già fatto capitolare Paolo Gentiloni.

Se in campagna elettorale non si parlava di ius soli, men che meno veniva tirato fuori il dossier dell’abolizione dei decreti Sicurezza. Soltanto ora, infatti, parlamentari come Graziano Delrio, capogruppo dem a Montecitorio, dicono che “il tempo dei rinvii è finito”. Anche Zingaretti ha alzato la testa dopo aver avuto certezza delle elezioni regionali. “Sui decreti Salvini, che io non chiamo sicurezza, c’è un accordo: ora vanno assolutamente approvati – ha messo in chiaro lunedì sera – c’è stato un duro lavoro, di cesello politico, di confronto. Penso che ora sia giunta il momento e si possa fare”. Non una parola nei giorni precedenti quando i sondaggi che aveva in mano davano la leghista Susanna Ceccardi avanti di un punto su Eugenio Giani e un testa a testa tra Michele Emiliano e Raffaele Fitto. Alla fine i risultati sono stati meno drammatici dei pronostici: ha sì perso un altro fortino rosso, le Marche, ma è riuscito a non farsi scippare la Puglia e la Toscana. E così può ora passare all’incasso, ben sapendo che, complici i prossimi impegni economici e il semestre bianco che parte il prossimo luglio, il governo è blindato fino al 2022, quando cioè si vota il capo dello Stato. Un appuntamento a cui né il Pd né i Cinque Stelle vogliono mancare. Da qui il pressing per ritorno all’accoglienza che di certo non piacerà agli italiani.



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