Attaccano Putin ma tacciono sul regime turco

Sul caso di Alexander Navalny Nato, Europa e Italia non hanno indugiato. La Nato venerdì ha condannato l’avvelenamento del dissidente russo. L’Europa ha minacciato nuove sanzioni. E la Farnesina ha espresso «inquietudine e indignazione». Tutto giusto, tutto condivisibile. Per quanto non vi siano le prove di una responsabilità del Cremlino quest’ultimo deve sgombrare ogni ombra e perseguire apparati e organizzazioni criminali eventualmente sfuggiti al suo controllo. Meno condivisibile è invece il permanente e parallelo silenzio di Nato, Europa e Italia su quanto avviene in una Turchia membro effettivo dell’Alleanza Atlantica. La morte in prigionia il 31 agosto scorso, dopo 238 giorni di sciopero della fame, dell’avvocatessa e attivista dei diritti umani Ebru Timtik è solo l’immagine più recente, e più terribile, del clima di repressione imposto da un presidente Recep Tayyp Erdogan deciso a ridurre al silenzio chiunque osi criticarlo. Prima dell’avvocatessa erano morti di stenti Helin Bolek, Mustafa Kocak e Ibrahim Gokcek, membri di una band musicale di ispirazione marxista. E a far da cornice a queste tragedie s’aggiunge un’intollerabile panorama di persecuzione. Secondo Human Rights Watch le carceri turche ospitano oltre 29mila oppositori politici legati a quel movimento di Fethullah Gülen accusato di aver organizzato il fallito golpe del 2016. Assieme a loro sono detenuti almeno 8.500 militanti del Pkk o di altri movimenti curdi. E a ricordarci come la libertà d’espressione sia ormai un ricordo del passato s’aggiunge la detenzione di oltre cento giornalisti accusati di «legami con organizzazioni terroristiche». Cifre impressionanti per un Paese di 82 milioni di abitanti che fino a qualche anno fa sembrava deciso a entrare nell’Unione europea. Soprattutto se paragonate a quelle di una Russia da 144 milioni di anime dove nel 2019, secondo il Memorial Human Rights Center di Mosca, un’organizzazione protagonista della difesa del dissenso sin dai tempi dell’Urss, si contavano 297 prigionieri politici. C’è dunque da chiedersi perché Nato, Europa e l’attuale governo italiano applichino due mesi e due misure nel giudicare la minaccia alla vita di Alexander Navalny e quella alle vite, alle libertà e al diritto d’espressione dei cittadini turchi. Non certo per ignoranza. La stessa Unione europea nel rapporto del 2019 in cui si esamina la possibile adesione di Ankara segnala «torture e maltrattamenti», «profonde violazioni dei diritti umani» e l’assenza di provvedimenti per «punire i membri delle forze di sicurezza e gli ufficiali responsabili delle violazioni dei diritti umani». Quelle parole amplificano la vergogna e l’ipocrisia dei nostri silenzi. Perché la violazione dei diritti umani non può risultare inaccettabile e riprovevole solo se a praticarla è il «nemico» Putin e venir, invece, ignorata e tollerata se a torturare e ad incarcerare ci pensa un presunto «alleato» chiamato Erdogan.


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