BELLARIA IGEA MARINA. Il saluto a Manuel Ceccarelli, tanta gente nello stadio Nanni e la toccante omelia del Vescovo Lambiasi

Una piccola bara candida in mezzo al campo su un piedistallo, una corona di fiori, lo stadio Nanni pieno di persone che si sono strette intorno alla famiglia di Manuel Ceccarelli, 13 anni, scomparso in tragiche circostanze venerdì scorso. La mamma, il papà, la sorella e i due fratelli gemelli, ma anche gli amici di scuola e di calcio con la maglia del Bellaria, i conoscenti, il Sindaco Giorgetti e i concittadini che hanno voluto fortemente rendere omaggio al piccolo campione.

A celebrare i funerali il vescovo mons. Francesco Lambiasi che nell’omelia ha pronunciato parole molto toccanti:

“Carissimi mamma Stefania e papà Massimo, carissima sorellina Sofia e gemellini Alessandro e Mattia.

Credetemi. In questo momento, anziché trovarmi qui all’altare, preferirei mille volte ridurre al minimo le distanze fisiche per stare il più vicino a voi e piangere con voi le lacrime amare del vostro immenso dolore.

Credetemi. Ora vorrei provare il brivido a pelle di Gesù che, nel vedere la povera vedova di Nain, inghiottita dalla sofferenza più atroce, si è sentito fibrillare le sue viscere materne e spezzare il suo dolcissimo cuore davanti all’indicibile strazio di una mamma, una bara, un corteo funebre.

Credetemi, vi prego. Vorrei essere come Gesù, capace come lui di poter dire a Manuel: “Fratellino mio, dico a te: alzati!”, per restituirlo vivo alla mamma, e riconsegnarlo agli abbracci che soli ci rendono vivi. Alle relazioni d’amore, nelle quali soltanto, da vivi, viviamo la vita.

Ma io sono un poveretto di fronte a tanto male, che non si vede e non si ascolta mai abbastanza. E mi sento paralizzato nel ‘palpare’ questa sofferenza implacabile, che resta avvolta nell’ombra, oltre le immagini, le parole, la tragicità di un evento più catastrofico di un terremoto. Più atroce del più atroce dolore del mondo.

Eppure sento di potermi fare coraggio e darvi una parola che non viene da me, ma mi viene suggerita da Colui che mi ha mandato oggi qui, a partecipare a questa drammatica liturgia. Lo confesso: io non so dirvi perché questa triste, disastrosa tragedia sia accaduta. Ma non posso sottrarmi alla domanda ineluttabile: ma dov’era Dio quando Manuel è morto?

Permettetemi di dirvi francamente. Io non credo in un dio che ami il dolore dei suoi figli. Che faccia l’indifferente di fronte alle lacrime di bambini innocenti, alle ferite delle ragazzine abusate, alle sofferenze degli omosessuali derisi o delle donne violentate.

Io credo nel Dio della croce e della risurrezione.

Io credo nel Dio di Gesù di Nazaret, per il quale non sono gli uomini che debbono sacrificarsi per Dio e rendergli onore.

Io credo in Gesù, che si è lasciato inchiodare alla croce per aiutarci a non sbagliarci su Dio. Per farci vedere finalmente il volto di un Dio diverso. Non vendicativo, ma umile. Non prepotente, ma impotente per amore. Un Dio che non si impone, ma si propone. Che si offre, e perciò soffre.

Io credo in Gesù, il Figlio di Dio, che è sceso fino al punto da raccoglierci tutti a braccia aperte quando cadiamo a terra. Fino al punto da guardarci sempre dal basso in alto. E mai dall’alto in basso.

Io credo nel Gesù di don Oreste. Il quale, per il giorno della sua morte, aveva scritto:

“Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà sono morto per chi mi vede, per chi sta lì. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio”.

Io credo infine che Gesù risorto venerdì scorso mattina era qui a Bellaria, pronto a raccogliere Manuel – questo nostro giovane amico, bello, buono, bravo da svenire – per fare della fine della sua vita l’inizio di una vita senza fine.

Io credo, Sorelle, Fratelli tutti, che così è. E con voi tutti prego che così sia.

Francesco Lambiasi