Cesenatico. Azeglio Vicini, ritratto di un galantuomo

Un galantuomo in azzurro come il colore della sua vita: il mare di Cesenatico dove ha vissuto l’infanzia e trascorreva le vacanze, la divisa della nazionale. Azeglio Vicini figlio di agricoltori, nativo di Cesena, cittadino di Brescia, innamorato di Cesenatico, un uomo con il pallone nella testa e mai la testa nel pallone. Da piccolo sognava di fare l’esploratore e il mondo in effetti l’ha girato sempre a braccetto con la sua grande passione, la federazione, la nazionale. Esperto di Garibaldi e della sua storia, nel calcio come idolo aveva Valentino Mazzola il capitano del grande Torino; stesso ruolo al centrocampo, stessa chioma fulva. Per restare nelle nazionali ha rifiutato ingaggi importanti come quando il patron della Roma Viola lo voleva in giallorosso.

Genuino, elegante, equilibrato, addirittura nel commentare l’eliminazione beffarda della sua nazionale a Italia 90 quando solo i rigori gli tolsero un titolo che probabilmete avrebbe raggiunto. Si limitò infatti a un accenno di rimpianto a un arbitraggio irriverente, a una scelta federale completamente sbagliata di portare gli azzurri a giocare contro l’Argentina a Napoli, feudo di Maradona. Se a Cesenatico è cresciuto calcisticamente iniziando a giocare a nel campetto vicino alla stazione, nel Cesena ha cominciato a capire che avrebbe potuto fare il calciatore, poi Vicenza, Sampdoria e Brescia le società alle quali era più legato. Proprio a Vicenza mentre si stava recando all’allenamento insieme a un compagno di squadra incontrò una ragazza affascinante che stava offrendo delle caramelle alle amiche. La avvicinò e le chiese se ne poteva dare una pure a lui. Lei si chiese chi fosse quello sciocco, ma con lui ha poi formato la vera squadra della loro vita imbattibile. La signora Ines, grinta e carattere ma anche devozione assoluta è stata il punto fermo dell’esistenza di Azeglio.

Brescia è stata la sua città per 50 anni, Cesenatico il rifugio. Non solo estivo tra gli amici di sempre: Dionigio, Edo, Pino. Tra loro anche il compianto Edmeo Lugaresi storico presidente del Cesena. Solo in nome dell’amicizia accettò di guidare il Cesena che stava retrocedendo in C, pochi mesi dopo che aveva terminato la sua esperienza da ct azzurra. In un giorno di marzo di venticinque anni fa i bianconeri, sconfitti a Modena, stavano sprofondando in piena zona retrocessione. Edmeo Lugaresi ebbe un’intuizione delle sue, geniale: chiedere aiuto al suo grande amico Azeglio. L’ex ct in quei giorni si trovava a Cesenatico per andare dal dentista, lo staff bianconero piombò a casa sua e gli formulò la “proposta indecente”. Azeglio accettò di guidare un club di serie B solo per affetto ma ponendo una condizione inderogabile:  a giugno avrebbe salutato tutti. Con competenza e garbo salvò i romagnoli e commentò tale impresa con la frase per lui più semplice e più vera: “Ho aiutato la formazione del mio cuore, della mia città”.

A Cesenatico aveva conosciuto e frequentato Marco Pantani, era suo tifoso innamorato di quella caparbietà che il pirata sfoderava nelle sue imprese. Certo, aveva un cruccio ma lo esternava con estrema compostezza ed educazione: non avere vinto il titolo mondiale a Italia 90, in quelle notti magiche cantate da Gianna Nannini e da Edoardo Bennato che conquistarono il cuore di una nazione. A Cesenatico riposerà per sempre, nella tomba di famiglia a due passi dal mausoleo del suo idolo Marco Pantani.

 

 

Carmela Vigliaroli

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