Colombia, così l’esercito spiava giornalisti, politici e attivisti

Per nove mesi, dal marzo al dicembre 2019, l’esercito colombiano ha spiato almeno 130 persone: giornalisti, politici, avvocati, attivisti dei diritti umani, leader sociali di comunità contadine, esponenti di organismi internazionali con ruoli di rilievo nel processo di pace. E’ un’inchiesta del settimanale Semana a svelare, documenti alla mano, una delle più gravi e estese attività di spionaggio nella recente storia del Paese andino. 

Il piano è stato messo a punto dal comandante dell’Esercito, il generale Nicacio Martínez Espinel, nominato il 10 dicembre del 2018 dal presidente Iván Duque su indicazione del leader della destra Álvario Uribe, suo mentore politico nella campagna elettorale, e costretto alle dimissioni alla fine dell’anno scorso quando la vicenda ha cominciato ad emergere. Fu la stessa Semana, ai primi di marzo 2019, a riportare le prime testimonianze di funzionari e ufficiali dell’Esercito. Denunciavano l’attività insolita di due strutture militari dell’intelligence che avevano messo in piedi l’attività di spionaggio. Entrambi i gruppi, sempre secondo queste testimonianze, rispondevano al generale Martínez. Sospetti pesanti che presto trovarono riscontri anche su altri media.


La tempesta che già allora si annunciava all’orizzonte mise in allarme i vertici dell’Esercito che decisero di estendere l’attività di spionaggio nei confronti dei giornalisti che si avvicinavano troppo alla verità. Il primo a pagare il prezzo è stato Nicholas Casey, corrispondente del New York Times a Bogotà. Realizzò un servizio nel quale denunciava l’esistenza di una complessa rete di spionaggio grazie alla testimonianza di alcuni funzionari e ufficiali dell’Esercito. Fu minacciato e costretto a rientrare negli Usa.

Adesso, con lo scoop del giornale colombiano, il resto della vicenda è stato svelato. Si è scoperto che anche il corrispondente del Wall Street Journal era finito nei radar. Così giornalisti colombiani famosi come John Otis, il fotografo Stephen Ferry, la fotogiornalista pluripremiata Lindsay Addario e altri volti noti della tv e dei giornali locali, assieme ad avvocati impegnati nelle difese di attivisti sociali, docenti, intellettuali. Persino l’ex viceministro della Difesa nel governo Santos, per un anno segretario generale della Presidenza, Jorge Mario Eastam e il direttore per le Americhe di Human Rights Watch José Miguel Vivanco.

Su ognuno veniva raccolto un dossier che conteneva mail, telefonate, contatti, luoghi visitati, indirizzi, foto personali e anche dei loro familiari. Un lavoro impressionante, svolto con molti mezzi tecnologici di altissimo livello, satelliti, malware da inserire nei cellulari, microchip installati su auto e case.

Quando, alla fine del 2019, emerse il nuovo caso il governo corse ai ripari e costrinse alle dimissioni il generale Nicacio Martínez. L’alto ufficiale negò e accusò chi stava svelando i dettagli del piano di essere nemico della Colombia e a favore della guerriglia. L’Esercito avviò un’inchiesta interna. Il presidente Iván Duque venne solo sfiorato. Ma furono in molti a pensare che forse sapeva qualcosa ma non era intervenuto. O, peggio, ignorava ciò che il capo dell’Esercito da lui nominato faceva alle sue spalle.



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