Colson Whitehead e schiavitù, i Pulitzer si tingono di black

Dall’approdo della prima nave con a bordo venti schiavi africani, correva l’anno 1619, all’orrore della segregazione razziale in un carcere minorile del profondo Sud: i 21 premi Pulitzer annunciati ieri pomeriggio in America, le nove di sera in Italia, con due settimane di ritardo rispetto al previsto per colpa del coronavirus, sembrano proprio voler ripercorrere la storia di un’America più divisa che mai. Un paese fondato sulla diseguaglianza razziale. Ma anche economica e sociale. Lo dimostra il premio a Nikole Hannah-Jones, corrispondente del New York Times Magazine, per il saggio d’apertura del Project 1619. Il progetto su cui ha puntato il quotidiano la scorsa estate, per raccontare le conseguenze della schiavitù, quattrocento anni dopo: tentativo critico-multimediale di riscrivere a puntate la storia del paese restituendo ai neri un posto troppo a lungo negato. E poi quel secondo Pulitzer per la fiction ottenuto dallo scrittore afroamericano Colson Whitehead grazie al romanzo “I ragazzi della Nickel”, vinto tre anni dopo quello attribuito a “La ferrovia sotterranea” (quarto romanziere ad ottenere un tale onore dopo Booth Tarkington, William Faulkner e John Updike). Fino a quello per il teatro assegnato al coraggioso musical di Michael R.Jackson A Strange Loop, storia contemporanea di un afroamericano gay che, come in una sorta di gioco di specchi infinito, scrive un musical su un afroamericano gay.

Ma ci sono davvero tutte le contraddizioni dell’America contemporanea in questi Pulitzer 2020, premio all’eccellenza giornalistica, pre covid 19, naturalmente. La situazione è eccezionale ricorda Dana Canedy, l’amministratrice del Pulitzer, prima di leggere la lista: “Siamo in diretta su YouTube e io vi parlo dal salotto di casa mia”. L’annuncio era slittato di due settimane – dal 20 aprile al 4 maggio – perché molti dei super reporter parte dalla prestigiosa giuria erano impegnati a coprire, in prima linea, la pandemia. Ma il premio, ricorda Canedy, non si è fermato mai: “Nato un anno prima dell’epidemia di spagnola del 1918 ha affrontato due guerre mondiali, il Vietnam, l’assassinio di Martin Luther King e quello di John Fitzgerald Kennedy, l’11 Settembre”. D’altronde, dice, è proprio in tempi difficili che c’è più bisogno di giornalismo: “Essenziale per proteggere la democrazia, sostenere, unire, ispirare proprio quando si ha più paura”.


Gli Oscar del giornalismo alla loro edizione numero 104, riconoscimenti voluti da quel Joseph Pulitzer che finanziò la prima scuola di giornalismo alla Columbia University, vengono assegnato alle storie più importanti dell’anno precedente. Numerose e complesse: ma che la pandemia, in buona parte, ci ha già fatto dimenticare.

Storie che parlano di corruzione aziendale, come lo scoop del Seattle Times capace di smascherare le scorciatoie di Boeing e le menzogne dette pur di far volare i suoi B-737 Max, i jet protagonisti di due tragedie aeree. E poi le interferenze elettorali della Russia di Vladimir Putin nelle elezioni americane del 2016, raccontante, anche queste, dal New York Times. Sempre al Times è andato un premio nella sezione considerata più prestigiosa, quella del giornalismo investigativo, per la maxi-inchiesta sulle irregolarità nell’industria dei taxi di New York. Mentre al Washington Post va la medaglia per aver puntato i riflettori sugli effetti del cambiamento climatico. La Reuters ha vinto per il miglior servizio fotografico con la copertura delle manifestazioni di Hong Kong. Il New Yorker vince quello per la satira politica grazie a una copertina dove sono raffigurati il ministro della Giustizia William Barr e il capo del Senato Mitch McConnell indaffarati a lustrare le scarpe al presidente Donald Trump.
 



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