CoronaVenice, come si vive e si lavora in una Venezia deserta

Venezia è una città iconica. Lo sono i suoi monumenti e le sue prospettive, ma lo è doppiamente nei giorni di “quarantena”, termine coniato proprio dai veneziani durante la peste nera, assieme a “lazzaretto”, il luogo dove gli equipaggi dei mercantili erano confinati per contenere l’epidemia.Ma le calli e i campi di Venezia sono semideserti sin dal 12 novembre, giorno in cui l’acqua alta eccezionale ha messo in ginocchio la città. Tre mesi dopo, nel momento in cui i primi segni di ripresa infondevano un pizzico di ottimismo, sono arrivati il Covid-19 e il distanziamento sociale. E ora i lavoratori disperati prevedono di avere “al massimo 2 mesi di vita in queste condizioni.Nelle settimane di isolamento, sulle acque immobili dei canali si è riflessa la fragilità di questo luogo unico, dovuta alla concomitanza di più fattori. Dalla perdita della principale fonte di sostentamento, che è il turismo, allo spopolamento. In pochi decenni i veneziani sono scesi da 100mila a 55mila: chi è rimasto reclama la necessità di individuare nuovi modelli di sviluppo, a partire dall’incentivazione della residenzialità. La gente di Venezia è sicura che il ripristino di una dimensione umana rappresenti l’unica via percorribile. Sono commercianti, professionisti e pensionati, originari o emigrati le cui voci testimoniano le criticità di una città pronta a cambiare, al contempo richiesta d’aiuto e dichiarazione d’amore.

Di Emanuele Confortin



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