Covid, ore 18, le città chiudono

ROMA – Alle 18.00 Roma diventa città chiusa.Calano le serrande dei bar di periferia, dei ristoranti stellati in centro, dei pub orfani da tempo dei turisti, dei locali svuotati da una movida amputata. Calano le uniche serrande aperte in una città con i cinema, i teatri, le sale gioco, le palestre, i licei serrati: tutto sbarrato per dpcm, dal centro fino ad oltre il Grande raccordo anulare. Pochi i bus di linea, già esigui durante il giorno, scarsi e pochi i taxi che lamentano “una crisi irreversibile”, qualche motorino sfreccia: sono più le bici e i monopattini elettrici sempre più padroni di una città che ritorna al vuoto del lockdown. Cambiamo anche i suoi. In centro si sente nettamente il rumore delle tante fontane barocche, le pochissime auto, persino i passi dei pochi che azzardano una passeggiata. Per avere luci, rumori e un po’ di vita bisogna andare vicino ai supermercati. Non ci sono file ma molti clienti. Non è ancora tempo di scorte ma i carrelli escono già pieni. Non è lockdown ma dalle 18.00 quasi.

TORINO – “Così si chiude una città, così per noi è la mazzata definitiva”. Lo dicono i gestori del Caffè Vittorio, storica caffetteria del centro di Torino, abbassando le saracinesche del locale. Alle 18 in punto i tanti locali che fanno da cornice a piazza Vittorio Veneto, da sempre luogo di ritrovo per un caffè o un aperitivo, ritirano sedie e tavolini e spengono le luci, in ossequio a quanto disposto dall’ultimo Dpcm. Ma non manca la rabbia: “Non sappiamo più cosa pensare o cosa dire, ci sentiamo abbandonati dalle istituzioni”, commentano mentre ripiegano i tendoni e incatenano le sedie. Anche il vicino Mc Donald’s di via Sant’Ottavio, che aggrega i più giovani, lascia fuori dalla porta dei ragazzi, costretti a ripiegare verso i muretti di Palazzo Nuovo.

MILANO – Alle 17, complice anche la pioggia, il centro di Milano appare già spettrale. Pochissime le persone in giro, anche nei negozi, e i bar che si apprestano alla prima chiusura delle 18 per effetto del Dpcm, hanno già i tavolini quasi tutti vuoti. Al Camparino storico locale in Galleria Vittorio Emanuele II, il salotto della città, la Milano da bere è solo un ricordo, non c’è la ressa al banco per prendere lo Spritz o l’Americano, ma solo un paio di clienti ben distanziati che bevono da soli. Ai tavoli qualche persona che però a breve dovrà lasciare il locale. “Sì, passavo di qua e mi sono detto che poteva essere l’ultima volta che vengo in centro per un po’ – ha spiegato Alessandro che lavora al teatro alla Scala e si è concesso un aperitivo anticipato – , ho fatto un ultimo brindisi sperando di tornare presto ad una situazione normale”. Il dehor di Cracco alle 17:30 è già deserto e chi entra per bere qualcosa viene avvisato che alle 18 si tira giù la serranda. Dal centro storico al quartiere di Brera la situazione non cambia. I gestori dei locali iniziano a ritirare sedie e tavolini. Anche al bar Jamaica, caffè storico amato da artisti e scrittori, che il prossimo anno compirà 110 anni l’atmosfera è lugubre mentre si fa l’ultimo caffè a una ragazza che arriva dieci minuti prima della chiusura. “Questo posto esiste da quasi 110 anni, speriamo di compierli il prossimo anno, altrimenti Milano perderà anche questa ricchezza – ha spiegato la titolare Micaela Mainini, terza generazione della famiglia al Jamaica – . Siamo oltre la disperazione, alla tragedia più totale, al collasso, ci hanno messo in ginocchio e ci prendono in giro. Questo è un lockdown e diranno che noi siamo aperti di giorno e quindi guadagniamo, è oltre l’umana decenza, non si muore solo di Covid. Noi abbiamo 15 mila euro al mese solo di spese di affitto”. Al bar di fronte un cameriere tira giù la serrando e dice “andiamo male”.


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