Cronache della pandemia – Gran Bretagna

Altro che gli inni alla cool Britannia degli anni ’90, ai lussi della Londra dorata, ai dati sul Pil e l’occupazione galoppante drogati dai contratti a zero ore del dopo-crisi 2008 (in un Paese – dei sogni – che mai e poi mai avrebbe potuto votare per la Brexit). La disuguaglianza sociale nel cuore del Regno Unito esiste eccome, non è il parto della fissazione di qualche anziano nostalgico o solo della poetica dei film di Ken Loach. Esiste e domina la scena anche in questa tragica stagione dell’emergenza coronavirus, che sull’isola come altrove non è affatto uguale per tutti.
    A confermarlo, ove ce ne fosse stato bisogno, sono le cifre dell’Office for National Statistics, equivalente britannico dell’Istat, certificati niente meno che dalla redazione Reality Check della Bbc. Cifre secondo le quali le periferie e le aree più marginali dell’Inghilterra e del Galles sono chiamate di nuovo a pagare dazio – più degli altri – dopo i colpi della deindustrializzazione del passato, di decenni di deregulation e tagli al welfare, e dopo un paio di lustri di austerità. Con un impatto dell’epidemia fino a due volte più pesante e micidiale rispetto a quello delle contee o dei quartieri più benestanti.
    Il differenziale non lascia spazio a dubbi: con una media calcolata fra il primo marzo e il 17 aprile in 55,1 morti per Covid-19 ogni 100.000 abitanti nei territori più poveri del regno di Elisabetta II; contro 25,3 morti ogni 100.000 persone in quelli della fascia economico-sociale più alta. Come a dire più contagi e vittime (molte di più) fra ciò che resta della working class delle West Midlands, della grande Liverpool, della grande Manchester e del nord inglese depresso rispetto a Londra.
    Non senza differenze clamorose all’interno del ciclopico perimetro della stessa capitale, dove i ricoveri e i decessi si concentrano in larga prevalenza fra le propaggini dei grandi borough di Newham, Brent, Hackney: a sud del Tamigi o in quell’East End che, al di là delle sacche delle nuove mode – ‘gentrificate’ dall’afflusso di creativi, hipster e capitali – restano monopolio di minoranze e ceti meno tutelati. Eredi, mutatis mutandis, del “popolo degli abissi” raccontato dall’americano Jack London oltre un secolo fa.
   


Fonte originale: Leggi ora la fonte