Ecco perché il referendum anti casta farà solo danni

Affrontare, laicamente, il tema del Sì o No al referendum sul taglio dei parlamentari, è operazione ineludibile. Eppure non sembra essere ancora maturata nel Paese una piena consapevolezza del significato di questo voto, specie sotto il profilo del suo impatto, in caso di vittoria del Sì, sull’architettura costituzionale di sistema. Mentre, al contrario, paiono dominare letture legate alla contingenza politica, come la tenuta o no del governo fino a fine legislatura, o la misura del consenso elettorale delle sue componenti a seconda degli esiti del voto. Legittime ma accessorie rispetto a una valutazione di più largo respiro istituzionale. Per punti.

1) Il tema della riduzione del numero dei parlamentari non è certo nuovo. Dalla Commissione Bozzi (1983-1985) alla Commissione D’Alema (1997), dalla riforma voluta dall’allora governo Berlusconi (2006) alla più recente riforma Renzi-Boschi (2016), la proposta di ridurre il numero di deputati e senatori è sempre stata una costante nella discussione parlamentare. In sé tale taglio lineare – purché ovviamente ragionevole in punto di numeri – non pone un problema di democrazia rappresentativa. Anche in considerazione del bicameralismo paritario che resterebbe in piedi e che non verrebbe toccato dalla riforma. Nel nostro caso però, passando da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori, la riduzione percentuale sarebbe assai consistente, intorno al 36,5%. E, quantomeno al Senato, la riduzione del numero minimo dei rappresentanti per Regione finirebbe per dare minore rappresentatività ai territori meno popolosi.

2) Muta il metodo, ovvero la filosofia rispetto alle precedenti iniziative di revisione costituzionale. Non più riforme dal carattere «palingenetico», ma interventi puntuali. La scelta ha, pertanto, una sua coerenza, ma occorre ugualmente fare attenzione. Anche una riforma «chirurgica», e all’apparenza neutra come questa, ha infatti ripercussioni sull’assetto complessivo, andando a incidere sul funzionamento di altri istituti di rilievo costituzionale e no. E le riforme costituzionali «al buio» non sono mai consigliabili.

3) Non c’è, ad esempio, una disposizione che rimoduli la composizione delle delegazioni regionali nel procedimento di elezione del presidente della Repubblica. (Tre delegati per Regione; un solo delegato per la Valle d’Aosta). È evidente come l’eventuale riduzione (da 945 a 600) del numero dei parlamentari – al netto dei senatori a vita e di diritto – implichi un considerevole potenziamento della componente espressa dai Consigli regionali. Non c’è il tema della circoscrizione estero introdotta nel 2001, se non la mera riduzione del numero degli eletti (da 12 a 8 alla Camera e da 6 a 4 al Senato), che invece andava ripensato. Non ci sono disposizioni finali volte a gestire un’ordinata transizione dal vecchio al nuovo regime organizzativo. Considerato che i regolamenti parlamentari collegano l’attivazione di determinati istituti e la composizione di alcuni organi interni a una certa soglia numerica di deputati o senatori, il problema che si potrebbe porre in caso di vittoria del Sì, non è da poco.

4) È mancata finora una riflessione sull’opera di eventuale accorpamento delle attuali Commissioni permanenti presso entrambi i rami del Parlamento, soprattutto alla luce del numero dei componenti che verrebbe ad avere il nuovo Senato. Da questo aspetto dipenderà la qualità e l’efficienza dei processi di decisione politica.

5) Tutto da valutare è anche l’impatto della riforma sulle dinamiche della forma di governo. A una prima valutazione, la riduzione proposta non sembra andare verso una maggiore stabilità degli esecutivi.

6) Quanto al risparmio di denaro pubblico che si verrebbe a realizzare grazie alla riduzione di un terzo dei membri del Parlamento, è argomento strumentalizzato. Sia perché i costi correnti di funzionamento delle Camere sono tendenzialmente indipendenti rispetto al numero dei parlamentari, sia perché stando alle previsioni dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, si parlerebbe di cifre complessivamente modeste, al netto 57 milioni all’anno tra Camera e Senato, i famosi due caffè

7) Ma c’è un tema, il più importante di tutti, e non ancora sufficientemente messo a fuoco, ed è il ruolo del Parlamento rispetto al governo in una democrazia parlamentare. Sotto questo profilo, l’emergenza Covid segna uno spartiacque storico tra un prima e un dopo e fa saltare tutte le carte in gioco. Certo, la crisi di legittimazione del Parlamento viene lontano, ma la subalternità cui le Camere sono state relegate dal governo nei primi mesi di emergenza, anche nelle forme e nello stile, con particolare riguardo al ruolo istituzionale delle opposizioni parlamentari, non ha precedenti in settant’anni di storia repubblicana. Ed è un fatto non solo grave, ma gravissimo, proprio per il suo ruolo di precedente. Ecco perché il voto sul referendum va valutato, adesso, soprattutto in quest’ottica. Laicamente.


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