Elisa Fuksas, diario di vita sospesa in lockdown

Scoprire per caso di avere un nodulo maligno alla tiroide e subito dopo ritrovarsi nella vita sospesa collettiva imposta dal lockdown. Mesi tra pandemia, ansie, tg, mascherine e Roma deserta che Elisa Fuksas condivide tracciandone la cronaca solo con lo smartphone nel diario, allo stesso tempo intimo e collettivo, di Isola, al debutto alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione non competitiva di Notti Veneziane alle Giornate degli Autori. Un film che arriva insieme all’uscita in libreria di Ama e fai quello che vuoi (Marsilio), il romanzo “in technicolor”, iniziato a scrivere prima del lockdown e della malattia (“Poi il numero di pagine è raddoppiato” dice sorridendo all’ANSA) nel quale la regista racconta i mesi subito precedenti al percorso di vita del film, “che ha una vita propria”.

Elisa Fuksas in Isola non nasconde paure e incognite, dalle chiacchierate via internet con il suo medico, costretto alla quarantena perché positivo al coronavirus, al rapporto, per forza di cose, soprattutto a distanza, con i genitori e la sorella, da un’altra amica alla quale viene fatta la sua stessa diagnosi alla più volte rimandata entrata in ospedale per operarsi. Un racconto, che nonostante il duro impatto emotivo, mantiene una leggerezza di tocco, fra verità, fede, delicato humour e il ritratto di una Roma deserta e irripetibile. “Quando ho iniziato a riprendere quello che succedeva a me e intorno a me, non pensavo di farne un film – spiega Elisa Fuksas, già regista, fra gli altri, di Nina con Luca Marinelli e The App per Netflix -. A un certo punto, mentre eravamo ancora in lockdown, ho mandato tutto alla montatrice (Natalie Cristiani, ndr) che è anche la mia migliore amica e le ho chiesto di vedere se potesse uscirne qualcosa, mi serviva il consiglio di qualcuno che mi conoscesse bene. Lei ha fatto un primo montaggio di 18 minuti e mi hanno talmente traumatizzata che ho deciso di andare avanti”.

Un’esperienza totalmente diversa, quella di Isola, rispetto agli altri suoi lavori: “Stavolta la troupe era composta solo da me, è come se avessi girato un film senza tempo, di cui tutti eravamo parte, mi sembra di esserci vissuta dentro per cinque sei mesi”. Cronaca di un periodo nel quale era “come se vivessimo costantemente all’alba. Per fortuna, la mia vita va avanti”. Il film, comunque, “non lo considero su di me, mi interessano i sentimenti alla base del racconto” fatalmente dettato anche da questo virus “strano e misterioso, riflesso della nostra società che ci porta ad essere più soli ma più connessi”. Fino all’ultimo “ero piena di dubbi su Isola, mi sembrava un eccesso di egocentrismo. Ma vedendo anche le reazioni dei miei produttori (Indiana Production in collaborazione con Rai Cinema) ho capito che più vai a fondo in te e più parli meno di te, paradossalmente. Sono un essere umano in mezzo a tanti altri”.


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