Elogio di Bigon l’italianista

Napoli ha decretato il trionfo ai suoi campioni. La festa si profilava così caotica e delirante che la squadra si è salvata sul mare. Gli osservatori attenti hanno notato che alle celebrazioni pubbliche hanno preso parte con inaudito trasporto anche le donne. Il fenomeno è nuovo e lascia intravvedere sviluppi inquietanti: per esempio, che il grandioso San Paolo non debba bastare più dopo i mondiali. Altri, compresi e intrigati di sociologia, limitano la portata psicologica dell’evento calcistico, destinato a lasciare poche ceneri in un organismo irreparabilmente malato: la parentesi festosa sarebbe dunque un sollievo ingannevole, un labile nepente destinato a rincrudire i contrasti fra il sogno di grandeur sportiva e la realtà economica. Da questa, comunque, esulerebbe il calcio con felice prepotenza: ed io personalmente penso che solo il cattivo gusto può indurre certa gente a così sgradevoli distinzioni.

La portata sociale del calcio non è solo pretesto di baraonde campanilistiche. I paragoni con il Carnevale di Rio sono del tutto arbitrari. Laggiù ci si abbandona all’orgia per tradizione; qui si festeggia un evento che onora comunque la città, anzi la Polis, e con quella il sentimento che la anima, la cultura che la distingue. Gli stessi incidenti sono un richiamo utile alla moderazione. Che un ragazzo si accoppi in moto non è fatto da ascrivere alla gioia dissennata bensì al costume, che troppo s’informa agli eccessi del motorismo. Prima ancora che la conquista del secondo scudetto diventasse realtà noi ci eravamo affidati all’ entusiasmo invocando che salissero in alto le bandiere e i canti per il Napoli campione d’ Italia. E’ una formula retorica alla quale siamo ricorsi da molti anni, celebrando vittorie di squadre e di singoli atleti. L’enfasi è nel ritmo (in alto le bandiere e i canti), la retorica nell’uso ripetitivo. Il tutto è plausibile penso io per la sincerità degli accenti. Non valgono infatti lusinghe a smuovere gli humores del vecchio cronista, cocciutamente fedele alle sue convinzioni critico-tecniche. Per lui il Napoli aveva già vinto lo scudetto quando aveva assunto un italianista convinto come Bigon: in pratica, veniva continuata senza impennate e dirizzoni di sorta la scuola di Bianchi, al quale era accaduto di compiere il primo miracolo in terra napoletana. Conservare la condizione atletica al canto dolce e ingannatore delle sirene è impresa memorabile. Bianchi vi è riuscito con redine tesa e muso duro. Ha avuto pericolose frizioni con i grandi attori che stavano alla ribalta. E’ stato inflessibile al punto da farsi sospendere a divinis: e da buon pragmatico ha preteso che gli venisse pagato fin l’ultimo centesimo previsto dal contratto: trattandosi di un miliardo, ha anche sopportato senza battere ciglio che si dicessero di lui cose poco gradevoli. Dal canto loro, i dirigenti napoletani hanno pagato pro bono pacis, salvo far dire a uno di loro che per la prima volta la squadra non era scoppiata a primavera. Era senza dubbio un cattiveria: ma intanto rendeva omaggio a Bigon, il cui lavoro non aveva mai preoccupato per mancanza di linearità e di chiarezza.

Presi gli uomini (e quali), Bigon si era messo umilmente al loro fianco senza impettire mai. Quando ha visto gonfiarsi altri toraci, ha atteso che il respiro tornasse normale prima di accennare minimamente alle proprie necessità di lavoro, alle esigenze della squadra, ai vantaggi di tutti. Maradona aveva fatto follie da primadonna astuta, non dissennata come si temeva: Re Puma intendeva semplicemente arrivare ai mondiali e allo scudetto nella forma migliore. I cerberi più incattiviti si sono dovuti convincere che il genio non s’inventa. L’ultimo recital meritava un altro paio di golletti, ma forse avrebbe tolto suspence all’attesa dei napoletani… Bigon ha parlato di sé unicamente a obiettivo raggiunto. Bravissimi loro ha detto e forse anch’io. Molto spirito in eccellente misura. Bigon ha vinto il suo primo scudetto e il secondo del Napoli quando ha dovuto reggere con i soli italiani allo sprint iniziale delle protagoniste più attese.

Il Milan pareva avviato a travolgere tutti. In novembre aveva 6 punti di ritardo! Per colmare quel distacco si è stroncato. Lo aveva previsto con noi un solo milanista: il parmense Gheddafi. Ho un suo documento del 5 marzo 1990. Tutti gli altri stavano affogando, com’è avvenuto, nell’ottimismo. Il Napoli non ha mai incantato se non in alcuni momenti di vena, presenti tutti gli assi foresti e di casa. Il merito di Bigon è proprio di aver saputo prescindere dalle esaltazioni estetiche (le quali non danno punti). In casa non ha mai perso; ha concesso un punto alla sola impuntigliata Samp; tutte le altre hanno lasciato le cuoia al San Paolo. In totale ha perso 4 volte contro le 7 (un po’ troppe, via!) del principale avversario, il Milan. A lungo Bigon si è dovuto inventare un libero lasciando il minimo spazio agli avversari. Del portiere, che è buono, si ha la civetteria di ammettere che forse verrà sostituito (è capitato anche al suo precedessore). I buoni difensori scarseggiano lontano da San Siro, dove due difese mondiali vengono diversamente protette e impiegate (da Sacchi e da Trap). Fuori Milano si è indotti a cercare dalle parti di Genova (Samp) e ancora di Napoli. Stupisce tuttavia che qualcuno, sopraffatto forse dalla fama dei vicini, desideri lasciare il Napoli neo-campione: o forse, chissà?, è trapelata qualche voce sui possibili sostituti. Quello che sta tramando quel briccone di Moggi, confortato dall’apparente semplicità di Ferlaino (furbissimo, invece), ancora non è dato sapere: ma le voci corrono sempre, e qualcuno può pure ascoltarle (come Fusi e Carnevale). Re Puma ha già rinnovato il contratto con Bigon: segno che non si batte più per Bilardo, come pareva facesse un certo anno. Ora Bigon seguirà i mondiali augurandosi che l’ evento non incida troppo sulle tossine dei suoi. L’egoismo è sacro quando riguarda la patria e il pane. Il nostro calcio ha bisogno di ingegni liberi e nuovi, così fuori come dentro i campi di gioco. L’ azzurro del Napoli è auspicio irresistibile. La sua solare allegria esige ottimismo. Grazie, Napoli. (1 maggio 1990)



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