“Epidemia di oltre un anno e 70 mila vittime”. Tutti i rischi della fase due senza tamponi

Epidemia ancora in pieno corso alla fine dell’anno, conto delle vittime che solo nel primo anno arriva a 70 mila. E’ quel che potrebbe accadere in Italia nella fase due. A disegnare le curve non è solo il Comitato Tecnico Scientifico, che orienta le scelte del governo e che prevede una possibile nuova crisi delle rianimazioni l’8 giugno, se l’attenzione non resterà alta. Questa volta i dati arrivano da una ricerca universitaria, cui collaborano ingegneri delle università di Trento, di Udine e del Politecnico di Milano, insieme con i medici del San Matteo di Pavia, incluso Raffaele Bruno, l’infettivologo che ha curato il “paziente uno”, il 38enne Mattia. Lo studio, ricco di curve e di scenari, è pubblicato su Nature Medicine. Giulia Giordano, ingegnere dell’università di Trento, ne è la prima autrice.

Cosa prevedete?
“Abbiamo fatto almeno tre ipotesi diverse. Con il mantenimento di un lockdown ferreo l’epidemia si esaurirebbe in uno-due mesi. Passando alla fase due senza tamponi e senza controllo dei contatti potremmo arrivare a 70 mila vittime e i contagi resterebbero sostenuti: alla fine dell’anno l’epidemia sarebbe ancora in corso e la conta dei morti continuerebbe nel 2021. Allentando il lockdown, ma mantenendo l’attenzione estremamente alta sui nuovi focolai, con test fatti rapidamente ed estensivamente, l’epidemia resterebbe più o meno ai livelli di contrazione attuale, con un tasso di replicazione di 0,77, leggermente superiore a quello di oggi, e si concluderebbe entro l’anno con un numero totale di vittime fra 30 e 35 mila”.



Come disegnate questi scenari?
“Abbiamo messo insieme competenze diverse: mediche, matematiche e ingegneristiche. Io in particolare mi occupo di sistemi di controllo. La mia specialità è prendere dati e formalizzarli all’interno dei modelli. Ma trattandosi di un virus nuovo, i medici del San Matteo ci hanno aiutato a tracciarne le caratteristiche. Con i numeri dei contagi del primo mese, abbiamo creato un modello che è in grado di riprodurre i dati e anticipare anche l’andamento dell’epidemia nel futuro. Modificando alcuni parametri, come appunto la rigidità del distanziamento sociale, siamo in grado di vedere come reagiranno le curve”.

Ci siamo detti spesso, però, che il numero dei contagi rilevati con i test non corrisponde ai contagi reali.
“Abbiamo tenuto conto anche degli asintomatici che non ricevono un test. Nessuno conosce il loro numero preciso, nella realtà, ma ci siamo basati sul censimento di tutta la popolazione fatto a Vo’. Calcoliamo che i non diagnosticati siano fra il 30 e il 40% dei contagiati. Il picco fra i pazienti diagnosticati sarebbe stato raggiunto in Italia tra il 15 e il 20 aprile, quello fra i positivi in totale, inclusi i non diagnosticati, circa una settimana prima. Ma nello scenario peggiore vediamo che la curva continuerebbe a salire. E quel che oggi chiamiamo picco verrebbe presto superato da un nuovo aumento dei contagi”.

Nel vostro studio parlate di “tracciamento aggressivo”. Quali sono esattamente le misure di controllo dell’epidemia che eviterebbero lo scenario peggiore?
“Tutte le misure che permettono di identificare precocemente i positivi e interrompere le catene di contagio, oltre a un rispetto ferreo delle regole d’igiene e della distanza fra le persone. Non distinguiamo fra app o altri metodi. Ma confidiamo che lo strumento principale resterà il tampone, da fare il prima possibile a tutti i sospetti contagiati e ai loro contatti”.

Qual è il messaggio del vostro studio?
“Che solo un tracciamento aggressivo ci permetterà di allentare il lockdown senza conseguenze gravi”.



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