Favolacce, quanta rabbia dietro l’ignoranza

Per i fratelli D’Innocenzo con ‘La terra dell’abbondanza’ si chiude la verginità felice dell’esordio, mentre con ‘Favolacce’, loro secondo film, si va oltre in una favola nera che mostra tutta la rabbia che c’è dietro l’angolo, li dove vive l’ignoranza. Già in concorso a Berlino (dove ha vinto l’Orso per la miglior sceneggiatura) e dall’11 maggio sulle piattaforme streaming di Sky Primafila premiere, TimVision, Chili, Google Play, Infinity, CG Digital e Rakuten Tv, il film mostra in poco meno di due ore una poliedrica esibizione di stili e generi, da Wes Anderson a David Lynch, da Gus Van Sant ad Antonioni fino a Caligari, il tutto shakerato a dovere.

“Cos’è il nostro film? Un ‘American Beauty’ senza ‘American’ e senza beauty. Così lo abbiamo presentato ai produttori per far capire cos’era il nostro progetto” dicono i fratelli Fabio e Damiano. E di fatto con ‘Favolacce’ al di là dello stile eclettico e citazionista, i due registi hanno saputo raccontare perfettamente qualcosa di molto vicino, ovvero quell’ambiente dove si generano improvvise tragedie oggetto di cronaca nera e frutto di una povertà più culturale che economica. Siamo infatti nelle periferie residenziali più isolate di Roma, luoghi in cui la povertà non c’è davvero, ma in cui la vita scorre piatta, luoghi abitati da personaggi che si sentono allo stesso tempo arrivati e perdenti. Sono ignoranti, eterni secondi, perfetti per le ‘Favolacce’ di questo film.

È il caso di Bruno (Elio Germano) e Dalila (Barbara Chichiarelli) che crescono i loro figli preadolescenti, Denis e Ale, nella apparente quiete di un conglomerato di villette a schiera dove sono un po’ tutti come loro. Una coppia, quella di Bruno e Dalila, amica di tutti tanto che la loro piscina gonfiabile, l’unica che si possono permettere, diventa un punto di incontro del quartiere. Ma la loro anima di adulti resta sterile, infantile, incapace anche solo di pensare a un valore qualsiasi da trasmettere ai figli. Così in questo film corale c’è chi spinge il proprio figlio adolescente a fare sesso, chi commenta il fatto che la vicina è senza mutande e dunque è sicuramente ‘da sbattere’ alla prima occasione e, infine, chi picchia i figli quando cercano di entrare nel privato della loro famiglia.

Nessuna meraviglia così se gli adulti buttano i neonati dal balcone per poi suicidarsi, né se i ragazzini costruiscono una bomba o ci sia chi pensa di suicidarsi con un insetticida suggeritogli dal più problematico dei professori. “Il nostro film è una favola dark tra Italo Calvino e Gianni Rodari – dicono Damiano e Fabio D’Innocenzo – . È un film che dovevamo fare il prima possibile perché in qualche modo parla della nostra infanzia ed era importante poter risalire, prima di dimenticare tutto, a come noi adolescenti vedevamo il mondo”.

Anche sul fronte della sessualità dice Damiano D’Innocenzo: “Abbiamo cercato di ricordare come un bambino vede la donna e come, da un giorno all’altro, la cominci a guardare in un altro modo. Cominci a guardarle il sedere, non sai perché, ma devi guardare là”. Sottolinea invece Fabio: “è un film scritto da noi a 19 anni e i due bambini protagonisti non siamo altro che io e Damiano da piccoli. Anche per questo ci piaceva il contesto di favola. L’infanzia è un’età complicata perché non conosci le regole del gioco. Da qui l’urgenza di farlo ora prima di diventare vecchi. Ma dentro questo film ci sono tante cose: c’è Raymond Carver, Mani di forbice, casa mia, i luoghi della mia mente e anche Spoon River e Charlie Brown”. Frase cult dei geniali fratelli D’Innocenzo: “Non vogliamo diventare registi con la sciarpa”.


Fonte originale: Leggi ora la fonte