Foppa Pedretti, la fabbrica modello che ha saputo affrontare il coronavirus

GRUMELLO DEL MONTE (Bergamo) –  Nell’atrio di ingresso della sede, con incorniciati vecchi ritagli di giornale, antiche réclame e modellini in legno, c’è la scritta “crediamo nella qualità, nei valori che si mantengono immutati nel tempo”. Si entra solo se muniti di mascherina, disinfettante per le mani obbligatorio sul bancone e misurazione della febbre. Oggi così riparte un pezzo di produzione in una delle fabbriche che per prima si dotò di dispositivi di produzione e che, sempre per prima, decise di chiudere. Siamo a Grumello del Monte, uscita dell’autostrada da Milano subito dopo Bergamo, marchio italiano famoso nel mondo – la Foppapedretti – e un modello di impresa vecchio stile ma in senso positivo, con i “padroni” che passano il loro tempo in azienda e chiamano per nome i propri dipendenti.
 
Enrica Foppa Pedretti, che ha ereditato l’impresa fondata dal padre Ezio nel dopoguerra, sembra aver imparato tutto sulle mascherine, osserva quella dei suoi interlocutori e sa dirti che modello è. “Noi qui siamo stati fortunati, feci le prime richieste di mascherine sul mercato il 2 febbraio, così prima che scoppiasse il caos le avevamo già e già avevamo preso precauzioni – racconta – Forse perché lavorando anche con la Cina mi ero un po’ preoccupata, sapevamo che la situazione era seria”. Già, perché qui nel bergamasco le relazioni commerciali con il paese asiatico sono diffuse e questo probabilmente spiega pure il contagio massiccio, e anche senza coronavirus in giro si vedono più capannoni e tir che persone. Pure il rappresentante sindacale della Cisl – è in servizio qui dal 1989, si chiama Giovanni Meloni – per un attimo si confonde e dice “viviamo per lavorare, cioè no, volevo dire lavoriamo per vivere”.
 
Insomma, i due stabilimenti (uno amministrativo e di progettazione; l’altro distante cinque chilometri dove si produce) avevano deciso di chiudere tutto sin dall’11 marzo. “Siamo coscienti che c’è stata una certa superficialità diffusa – ammette Luciano Bonetti, amministratore delegato della società – noi siamo stati fortunati anche perché da noi lavorano molte donne e si sono mostrate più attente, pratiche e sensibili nella gestione dell’emergenza”. Tanto che nessuno qui, in una zona dove più o meno in ogni famiglia c’è stato un caso di coronavirus accertato, si era ammalato tra i 200 dipendenti. I quattro colpiti dal covid (e nessun morto) lo sono stati dopo la chiusura.
 
Il tema però, adesso, è ripartire. Gli ordini su Amazon chiamano, anche da Cina, Corea del Sud, Singapore, Russia. Dopo quasi due mesi dove si è attinto a permessi, ferie e poi cassa integrazione anticipata dalla stessa azienda, oggi con turni ridotti si torna a lavorare. “Due mesi senza fatturare, 50 per cento di insolvenza dei clienti, alcuni dei quali se dobbiamo dire la verità se ne sono approfittati, e concessione di credito ai nuovi ordini: lei capisce bene che anche se hai i conti in ordini e un patrimonio aziendale, si fa presto a ritrovarsi in difficoltà se nessuno ti dà una mano”, ragiona Bonetti. E le banche? “Per compilare i fogli in cui si chiedono i fondi per il credito garantito dallo Stato ho dovuto istituire una task force”, aggiunge Foppa Pedretti.
 
Resta il tema della sicurezza, se le precauzioni saranno abbastanza. La fabbrica ha ampi spazi, il distanziamento sembrerebbe garantito, la fornitura di protezioni c’è. “L’azienda ha bisogno di noi lavoratori ma anche noi abbiamo bisogno dell’azienda, la voglia c’è, i rapporti sono buoni, insomma si tratta di essere responsabili”, commenta Meloni. “Purtroppo ad oggi l’argomento covid nonostante il lavoro degli specialisti non è stato ancora approfondito, questo ci fa supporre che dovremo monitorare costantemente la situazione, e magari implementare le azioni preventive”, ragiona il segretario della Filca Cisl bergamasca, Simone Alloni. Come a dire: siamo nel campo dell’imprevedibilità. “A nostro avviso – sottolinea Marco Bonetti, sindacalista della Fillea Cgil di Bergamo – il virus si combatte restando uniti nell’applicazione della legge e delle norme di buon comportamento previste dai medici ma soprattutto nell’avere a cuore la salute di chi ci sta vicino con i nostri comportamenti”.
 
Il ciclo produttivo di questi prodotti per l’infanzia, il cui codice Ateco è tra quelli che hanno il via libero del governo, è un fiore all’occhiello della manifattura italiana, non solo per la qualità e il rispetto delle materie prime ma anche per l’attenzione al risparmio energetico e alla salubrità del luogo di lavoro. Difficile dire se basterà questa forma mentale per vincere il virus, ma l’impressione è che, senza questa, la sconfitta sarebbe invece sicura.

Fonte originale: Leggi ora la fonte