Gere, ragazzi lavorate su saggezza e compassione

 “Sono contento di vedere tanti di voi con le mascherine. In questa pandemia ho perso due persone a cui tenevo tanto, il mio acting coach, e un altro amico che era un produttore musicale. Per favore siate attenti, è una faccenda molto seria”. Lo dice Richard Gere nell’incontro di circa 40 minuti in diretta streaming con il Giffoni film Festival nel quale l’attore ha risposto alle domande di ragazzi negli hub del festival in collegamento da vari Paesi, come Croazia, Spagna, Polonia e Macedonia del nord.
    “Giffoni ha un posto molto importante nel mio cuore – spiega -. Sono venuto sei anni fa con mio figlio che allora aveva 14 anni. Era due anni dopo il mio divorzio, e ho incontrato la mia moglie attuale (la publicist e attivista Alejandra Silva, che alla fine si mostra anche per salutare, ndr), con cui ora abbiamo due bambini, durante il mio viaggio a Giffoni. Sarò sempre grato a questo festival”. Giffoni “è fantastico, mi ha ispirato. Ho trovato ragazzi di tutto il mondo che comunicavano, con grande apertura mentale. Vi chiedo una sola cosa, reinvitatemi”. Prontamente il direttore Claudio Gubitosi, lo fa per l’anno prossimo e lui sorridendo risponde: “Accetto”. Nella sua esperienza “ci sono due cose su cui dobbiamo tutti lavorare – sottolinea Gere, parlando del suo impegno umanitario -. Una è la saggezza, nel senso di capire la natura della realtà, il fatto che siamo tutti interconnessi e la vostra generazione lo capisce più di tutti”. L’altra “è la compassione. Augurare all’altro di stare bene, sentire un senso generoso dell’amore. Comprendere che tutti hanno problemi e soffrono. Quando te ne rendi conto, il passo successivo è fare qualcosa per aiutare chi sta peggio di noi. Le cose di cui sono veramente fiero sono quelle legate all’aver aiutato qualcuno”.
    Quando viene ricordato che Gere l’anno scorso è salito anche a bordo dell’Open Arms, lui subito commenta: “Quando faccio qualcosa riceve più attenzione perché sono famoso, ma non vuol dire che sia più importante. Non serve per forza compiere grandi gesti, ne basta uno piccolo, come superare la propria rabbia, comprendere di più gli altri, non essere consumati dall’avidità. Ovviamente chi ne ha la possibilità dovrebbe anche agire concretamente”. Venendo alla recitazione, gli chiedono quali ruoli per lui siano stati i più complessi: “Per me sono tutti difficili, sono sempre alla ricerca del personaggio – sottolinea -. Ma ne ricordo due. All’inizio della mia carriera, quello in American gigolo. Dovevo decidere subito se girare il film perché le riprese sarebbero iniziate dopo due settimane, mentre io in genere ci metto molto a valutare e a prepararmi. Quella volta mi sono buttato in un personaggio di cui non sapevo nulla, ero insicuro. Ogni sera però andavo a vedere i dailies, per capire come stesse andando”. L’altro ruolo molto difficile “è stato quello di Chicago. Essendo un musical, abbiamo provato, cantato e ballato, per due mesi, prima di girare. E’ stato un gran lavoro ma forse anche l’esperienza più divertente che abbia avuto nel preparare un film”. Gere non ricorda un momento esatto in cui abbia deciso di fare l’attore, ma “ero un bambino timidissimo e non so perché a sette anni o otto anni, ho accettato di partecipare a una recita davanti a un pubblico. Mi è piaciuto così tanto… in qualche modo mi aiutato ad uscire dalla mia timidezza – ricorda -. Da ragazzo mi interessavano la poesia, la letteratura, la filosofia, e tante altre cose ma (a farmi diventare attore) penso sia stata la gioia primitiva che provi, recitando, nell’esplorare la profondità degli esseri umani”. E mentre parla, il suo assistente prontamente tira fuori una foto di Gere 17enne impegnato su un palcoscenico in un altro musical, Il re ed io. Infine una domanda su come sia nata la sua performance in Rapsodia d’agosto (1991) di Akira Kurosawa: “Ero un incredibile ammiratore di Kurosawa. Ci siamo incontrati a New York e siamo diventati amici – racconta -. Un paio di anni dopo, mi ha offerto la parte nel film, che era piccola, ma comprendeva un lungo monologo tutto in giapponese”. Sul set, “ho pensato di dover anche sembrare un po’ giapponese, così mi sono messo a provare varie soluzioni. Lui mi guardava da un angolo e scuoteva la testa. Quando il traduttore gli ha chiesto perché Kurosawa san ha risposto, ‘Non so perché Richard faccia tutto questo a me sembra del tutto giapponese così com’è”. (ANSA).
   


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