“Golpe Borghese”, 50 anni tra misteri e omissioni

50 anni fa, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, andò in scena uno dei più misteriosi e complessi episodi della storia della Prima Repubblica. il cosiddetto “golpe Borghese“, un tentativo eversivo abortito a poche ore dall’inizio dell’operazione che i congiurati avevano chiamato in codice “notte della Madonna” (per la ricorrenza della festa dell’Immacolata Concezione) o “notte di Tora Tora” (in ricordo dell’attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941).

A fare da regista, dietro le quinte, Junio Valerio Borghese, il “Principe Nero” ex ufficiale della Regia Marina, autore di ardimentose imprese di guerra nell’ultimo conflitto mondiale prima di aderire alla tragica e ignobile esperienza della Repubblica di Salò, dopo il cui crollo, nel 1945, scontò un breve periodo di carcerazione per collaborazionismo con la Germania nazista, fu presidente del Movimento sociale italiano (1951-1953) e fondò, poi, il movimento di estrema destra denominato Fronte Nazionale.

Il Fronte Nazionale, assieme alla fondazione terrorista Avanguardia Nazionale, organizzò il tentativo eversivo che avrebbe dovuto, direttamente o indirettamente, aprire la strada a una restaurazione autoritaria in Italia, a una svolta ostile alla partecipazione delle sinistre all’agone pubblico e alle deviazioni politiche e strategiche della Democrazia cristiana maggioritaria nel Paese dall’ortodossia occidentalista.

Tra il 1969 e il 1970 elementi deviati delle forze armate, gruppi di malavitosi vicini a Cosa Nostra e ufficiali appartenenti al cerchio del massone Licio Gelli furono tra le figure avvicinate da Borghese per aprire la strada al tentativo di golpe. Nell’organizzazione avrebbe giocato un ruolo anche Remo Orlandini, ritenuto assieme a Licio Gelli tra i co-organizzatori della strage di Bologna del 1980. Per quanto spesso derubricato come “golpe da operetta” il piano di Borghese si prefiggeva importanti obiettivi strategici: occupazione dei ministeri dell’Interno e della Difesa e della Rai; lancio di un proclama di Borghese agli italiani per mezzo della televisione pubblica; sequestro del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat; cattura o omicidio del capo della polizia Angelo Vicari e massicce campagne di deportazione di sindacalisti, dirigenti e dei parlamentari della sinistra in Sardegna. Reparti militari, gruppi della Guardia Forestale, neofascisti, mafiosi e cospirati di vario ordine e grado furono mobilitati tra il 7 e l’8 dicembre 1970. Secondo il giudice Guido Salvini, il grosso dell’operazione avvenne a Roma ma “ci furono concentrazioni eversive anche a Milano, Venezia, in tutto il Centro Italia, in Calabria come in Sicilia. In tutto si mobilitarono migliaia di uomini tra militari e civili”.

Un’imponente mobilitazione dietro la cui organizzazione si celano molte delle più problematiche dinamiche dell’Italia dell’era della Guerra Fredda. Un Paese in bilico, ancorato al blocco occidentale ma col Partito comunista più forte d’Europa. Alleata a Usa e Regno Unito, ma con un’agenda autonoma nel Mediterraneo. Da Enrico Mattei a Aldo Moro, il partito di governo, la Dc, aveva più volte espresso battitori liberi in politica estera. L’anno prima la strage di Piazza Fontana, da autorevoli studiosi come il professor Aldo Giannuli messa in diretto collegamento con la volontà degli apparati Nato di smorzare la tensione tra l’Italia e la Grecia dei colonnelli, aveva inaugurato la “strategia della tensione”. E dietro la preparazione di Borghese all’azione nella notte dell’Immacolata si staglia l’ombra inquietante della “pista atlantica”, ovvero di numerosi falchi legati ad ambienti statunitensi e della Nato timorosi della possibile ascesa al governo dell’Italia del Pci. Nella sua opera dedicata al golpe, il “mediatore” di Borghese, Adriano Monti, cita l’ex ufficiale tedesco Otto Skorzeny, vecchio amico di Borghese molto vicino alla Cia, come uno dei maggiori sostenitori della via golpista, mentre secondo documenti dell’ambasciata statunitense a Roma nel 1970 lo stesso Monti avrebbe avvicinato nell’Urbe il finanziere americano Hugh Hammond Fenwick. Salvini cita in un’intervista al Giorno il ruolo ambiguo del servizio militare, il Sid: “Il Sid aveva naturalmente giocato un ruolo ambiguo: appoggiando apparentemente il complotto, ma registrando le voci di chi vi era coinvolto, in modo da potersene eventualmente servire in futuro come strumento di pressione”.

Il golpe, in fin dei conti, rimase tale solo sulla carta. O meglio: nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 il piano iniziò a esser messo in atto, con il raduno di centinaia di congiurati nei luoghi convenuti. Dal quartiere generale del Fronte, in via XXI aprile a Roma, Borghese dirigeva le operazioni, mentre i generali a riposo dell’Aeronautica militare Giuseppe Casero e Giuseppe Lo Vecchio presero posizione al ministero della Difesa e un gruppo armato di 187 uomini della Guardia Forestale, guidato dal maggiore Luciano Berti si diressero vicino alle sedi televisive della Rai. Pare, anche se l’interessato ha sempre smentito, che Stefano Delle Chiaie assieme a uomini di Avanguardia Nazionale fosse addirittura riuscito a saccheggiare un’armeria del Ministero dell’Interno. Ma nel cuore dell’azione, passata la mezzanotte dell’8 dicembre, un ordine superiore fermò tutto.

Non si è mai capito se fu Borghese a interrompere l’azione o se il “Principe Nero” fosse la faccia dietro cui si nascondeva un gruppo di cospirati di rango superiore. Secondo Salvini “era venuto meno l’appoggio di una parte dell’Arma dei carabinieri e degli Usa, che in Italia credevano destinato al fallimento un golpe di quel tipo”. Altre opinioni ritengono che il Sid abbia infiltrato il piano per poi, al momento dell’esecuzione, farlo naufragare su ordine del suo direttore Vito Miceli.

La trasmissione La storia siamo noi di produzione Rai, nel 2010, parlò di uno stop esplicito da parte di esponenti americani venuti a conoscenza della trama. I servizi americani, secondo l’inchiesta del programma di Giovanni Minoli, avrebbero sostenuto il golpe solo se a capo del governo post-insurrezionale fosse stato nominato Giulio Andreotti. Amos Spiazzi, comandante della colonna milanese e colonnello dell’esercito, dichiarò in seguito che il golpe avrebbe dovuto essere semplicemente un avvertimento, un segnale per spingere la Dc a mettere in atto da sé politiche liberticide e iniziare una repressione anti-comunista. Secondo la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, fu Licio Gelli a impartire il contrordine ai cospiratori per farli rientrare nei ranghi. Gelli è noto esser stato tra le prime tessere del Fronte Nazionale e secondo fonti processuali avrebbe avuto l’ordine di guidare la colonna diretta contro il Quirinale. Queste teorie e queste trame si confondono e si annullano l’una con l’altra, aggiungendo confusione alla vicenda.

Gli italiani si svegliarono il giorno dell’Immacolata ignari di quanto fosse stato architettato nel Paese. Il tentativo di golpe venne reso noto dal governo italiano tre mesi dopo, il 17 marzo 1971, a mezzo di informativa alla Camera del ministro dell’Interno Franco Restivo. Lo stesso giorno il quotidiano Paese Sera aveva lanciato uno scoop giornalistico parlando della scoperta di un “complotto neofascista”. Mentre in quello stesso periodo iniziarono a essere mandati dalla procura di Roma i primi ordini di arresto Borghese, destinatario di un ordine di cattura, riparò in esilio nella Spagna franchista, ove sarebbe morto nel 1974. Da allora è scattata la classica storia fatta di depistaggi, processi-fiume, complotti e mitomani dalle cui dichiarazioni spesso uscivano mezze verità, teorie fantasiose e fatti storici difficili da ricostruire.

A mezzo secolo di distanza resta la storia-non storia del golpe Borghese. Atto conclusivo della parabola dell’organizzatore del vittorioso attacco di Alessandria, il comandante della Decima Mas divenuto cacciatore di partigiani al soldo della Repubblica Sociale Italiana, fantoccio del Reich germanico, che ripudiato come traditore dalla patria e riciclato come capo della destra extra-parlamentare si provò a re-inventare leader insurrezionale, non capendo forse di esser oggetto di macchinazioni ordite a piani più alti. Il silenzio della notte dell’Immacolata 1970, in cui milioni di italiani dormirono tranquilli ignari delle macchinazioni che andavano in corso, è paragonabile al lungo silenzio che, molto spesso, accompagna la cronaca degli anni della “notte della Repubblica“, l’era di quella strategia della tensione che tra l’attentato di Piazza Fontana e la strage di Brescia del 1974 segnò un tentativo di profonda destabilizzazione del Paese. Operata da soggetti che paranoicamente vedevano come fumo negli occhi l’ipotesi di un’improbabile svolta italiana nel campo comunista: massoni, mafiosi, elementi deviati dei servizi, “falchi” della Dc, del Partito Liberale, del Partito Repubblicano, ufficiali dei Paesi Nato, reti internazionali come l’Aginter Press facenti capo ai regimi dittatoriali di Portogallo e Grecia. Un connubio complesso le cui trame sono difficili ancora oggi da seguire. E che mostra quanto dura sia stata l’era della Guerra Fredda per un Paese ritrovatosi territorio di confine e campo di battaglia.



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