Google: segnalò pregiudizi Intelligenza artificiale, silurata

Oltre 1200 dipendenti di Google e più di 1500 ricercatori accademici hanno firmato una lettera aperta di protesta dopo che Timnit Gebru, una delle scienziate afroamericane più note e rispettate nel campo dell’etica dell’intelligenza artificiale (AI), ha denunciato su Twitter di essere stata licenziata dalla società di Mountain View per aver espresso critiche ai suoi sforzi sulla diversità ed evidenziato i pregiudizi dei sistemi di intelligenza artificiale.

Gebru ha scritto sul social che è stata silurata dopo aver inviato una email (dal titolo “Mettere a tacere le voci emarginate in ogni modo possibile”) ad un gruppo femminile interno e ad altri colleghi che lavorano nell’unità AI della compagnia. Una email in cui esprime frustrazione sui programmi di Google riguardanti la diversità ed evoca un suo studio del 2018 sui pregiudizi razziali e di genere nei software di riconoscimento facciale, che lo scorso novembre un dirigente dell’azienda le aveva chiesto di ritrattare.

“Mi sono sentita come se mi avessero censurato e ho pensato che questo poteva avere implicazioni in tutte le ricerche etiche sull’intelligenza artificiale”, aveva commentato a Wire. La scienziata aveva riferito di aver tentato di negoziare con Google, offrendo di rimuovere il suo nome dallo studio in cambio di una spiegazione completa delle obiezioni della società e di una discussione su come gestire meglio questi problemi in futuro, minacciando di dimettersi in caso di mancata risposta.

Google ha respinto la sua richiesta e le ha comunicato di aver accettato le sue dimissioni.

La vicenda rischia di essere un brutto colpo all’immagine e alla credibilità dell’azienda, il cui motto originale era “Don’t Be Evil” (“Non fare del male”). Il modo in cui gestirà la sua iniziativa sull’etica dell’intelligenza artificiale e il dissenso interno scatenato dall’uscita di Gebru sarà il primo ostacolo che la compagnia dovrà affrontare nel nuovo anno, insieme all’accusa da parte del dipartimento di giustizia Usa di approfittare della sua posizione dominante per soffocare la concorrenza.
   


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