Gualtieri trova i soldi solo per dare l’aumento a 3,5 milioni di statali

Chi pensa che lo sciopero sia diventato un’arma spuntata, in particolare nel pubblico impiego, dovrà ricredersi. Ai sindacati degli «statali» è bastato tenere ferma la minaccia dello stop del 9 dicembre per ottenere la riapertura di fatto di una trattativa che sembrava chiusa con l’approvazione della legge di Bilancio. Il rinnovo del contratto degli statali sarà più ricco di quanto previsto dall’ultima manovra – che già sul versante dei pubblici è una delle più generose del decennio. Alle aperture del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, ieri è seguita l’offerta concreta del ministro della Pubblica amministrazione Fabiana Dadone e una convocazione ufficiale delle sigle sindacali per il 10 dicembre. Un giorno dopo la data dello sciopero. Obiettivo: ottenere una sospensione della protesta.

Cosa Dadone metterà sul tavolo della trattativa è noto. Risorse aggiuntive da impiegare nella contrattazione integrativa, provenienti dai risparmi derivanti dal lavoro agile. I tempi sono «ormai maturi per guardare al futuro del lavoro pubblico con coraggio e con un approccio innovativo», ha scritto Dadone. Questa tornata contrattuale per il ministro «dovrà rappresentare lo spartiacque: credo valga la pena ragionare, come stiamo facendo con via XX Settembre, sulla riallocazione delle risorse derivanti dai risparmi che il lavoro agile porterà con sé, prevedendo che una parte di queste finisca nei fondi delle amministrazioni per la contrattazione decentrata integrativa».

Inevitabile il coinvolgimento del ministero dell’Economia. I risparmi del lavoro agile nella Pa, vincolata negli affitti e nei costi, sono del tutto teorici e comunque difficili da quantificare. La novità è che il governo sta cercando risorse per rendere più sostanziosi gli stipendi dei 3,5 milioni di dipendenti pubblici, i cui contratti sono stati bloccati per anni ma che ora, nonostante il contesto da economia di guerra, torneranno ad essere rinnovati. Gli aumenti possibili con le risorse stanziate dalla legge di Bilancio sono di 109 euro medi mensili. I sindacatimhanno contestato la cifra, spiegando che è una media tra valori molto diversi. I cedolini più modesti e quelli dei dirigenti.

Dadone ha confermato di volere «Fare di più per le fasce più basse», stabilizzando l’elemento perequativo, cioè un meccanismo applicato fino al 2018 che serve ad avvicinare gli stipendi più bassi con quelli più alti. I sindacati rilanciano: vogliono aumenti per tutti.

Durante l’iter c’è già chi scommette che crescerà la dotazione del contratto. I sindacati hanno lamentato che le risorse garantite dal Bilancio non consento di raggiungere aumenti sopra i 100 euro, lontani dai 120 annunciati. Gli incrementi arriveranno in media poco sopra gli 80 euro lordi.

Nei giorni scorsi le confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto un incontro al governo. Se si aprirà il tavolo, non potranno che spuntare risorse per tornare ad aumenti a tre cifre. Oppure, come auspicato dagli stessi sindacati, la disponibilità a dedicare parte delle risorse del Recovery fund agli stipendi dei pubblici.

Richieste che stridono con la situazione generale. Con l’occupazione che cala tra le fasce più deboli. Con aziende e lavoratori autonomi alle prese con una crisi senza precedenti. Ma potrebbero passare. Tutto pur di evitare uno sciopero dei pubblici proprio mentre gli occhi dell’Europa sono puntati sull’Italia. E proprio mentre il governo comincia a scricchiolare.



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