I migliori libri di Philip Roth

Il mondo guardato da Philip Roth non è un paradiso: il sogno americano è una narrazione fasulla i cui grandi pilastri – amore, religione, famiglia – sono pronti a saltare in ogni momento. L’essere umano è un impasto di pulsioni sessuali, debolezze, pensieri scorretti, sempre a rischio di cadere. La felicità è un passaggio, la vita è invece tutto il resto.
 
A due anni dalla morte del grande scrittore americano, autore di oltre trenta romanzi, proviamo a suggerire un percorso tra i suoi libri più belli, dai racconti dell’esordio letterario di Addio, Columbus, pubblicati nel 1958, a Nemesi, che nel 2010 precede l’annuncio che nessuno avrebbe voluto sentire, la decisione di non scrivere più. Due anni dopo la resa è ufficiale, Roth ha ceduto alla stanchezza dopo una vita sul ring a combattere con le parole sviscerando le nostre miserie e paure. Si congeda citando il pugile Joe Louis: “Ho fatto il meglio che potevo con quello che avevo”.

I romanzi di Roth in Italia sono pubblicati da Einaudi e sono stati poi raccolti in tre volumi Meridiani Mondadori, uno curato da Elena Mortara, gli altri due Meridiani da Paolo Simonetti.
 
Già nel libro d’esordio, Addio, Columbus (1958), c’è tutto il mondo di Roth: sesso, famiglie slabbrate, bordate sulla religione.  Sono short stories in cui lo scrittore irriverente si diverte a fotografare i tic del suo clan, la famiglia degli ebrei americani di cui fa parte. I genitori appartengono alla piccola borghesia ebraica di Newark (New Jersey) e proprio osservando la sua comunità di provincia Roth inizia ad affilare lo sguardo corrosivo di scrittore.
 
Il libro della svolta arriva dieci anni dopo. Con il Lamento di Portnoy (1969) Roth scandalizza e conquista narrando le vicende tragicomiche di Alexander Portnoy, figlio indisciplinato di una famiglia ebrea borghese che decide di confessare allo psicanalista i suoi turbamenti, soprattutto sessuali. Roth dà fuoco a tutto, al rapporto tra genitori e figli, al pudore, alla libido. Bastano le prime pagine con il ritratto del padre di Alexander che vende polizze assicurative, soffre di stitichezza e spera di riscattare i suoi fallimenti attraverso il successo del figlio, per spalancare il sipario sull’universo narrativo di uno scrittore innamorato delle nostre debolezze e per questo disposto a riderne.
 
Altri dieci anni e ne Lo scrittore fantasma (1979), mette in scena, per la prima volta in un ruolo da protagonista, il suo alter ego Nathan Zuckerman, giovane romanziere che si ritrova a trascorrere una sera in una baita tra i boschi in compagnia del suo idolo, lo scrittore misantropo Lonoff, e di una donna che potrebbe essere Anna Frank.  Nathan, “allevato da adoranti genitori in un quartiere né ricco né povero di Newark”, è la controfigura narrativa di Roth, la maschera che permette il gioco di specchi tra realtà e finzione che ne percorre l’opera. Anche Nathan come come Roth  ha scritto da giovane un romanzo scandaloso,Carnovsky, che fa pensare al Lamento di Portnoy ed è un modo per prendersi gioco di sé e smontare con ironia ogni narcisismo da successo (lo scopriamo in Zuckerman scatenato, 1981).
 
Il teatro di Sabbath (1995) è un romanzo di una comicità senza consolazione. Mickey Sabbath è un uomo in fuga dopo essere stato accusato di aver molestato una ragazza più giovane di lui, è un essere immorale con un passato da frequentatore di bordelli e gestore di un porno teatrino di marionette.  Tra le scene più forti c’è quella in cui si masturba sulla tomba della donna amata, dove in realtà di violento c’è molto poco, c’è semmai il disperato nodo erotico che sempre lega l’amore e la morte, l’eccitazione e la perdita.  
 
Nel 1997 con la pubblicazione di Pastorale americana,  Roth vince il premio Pulitzer ed entra nell’Olimpo della letteratura. Un capolavoro in cui attraversa la storia americana attraverso personaggi indimenticabili, come Seymour Levov, detto “lo Svedese”, ebreo ricco, atletico, biondo, cool, alto, il prototipo dell’americano vincente, a un certo punto travolto dalla cattiva sorte. Nella storia dello Svedese si infrange il sogno americano, viene smascherata ogni illusione di paradiso. A ripercorrerne la biografia è proprio Nathan Zuckerman. Sullo sfondo gli scontri razziali, la guerra del Vietnam e poi il Watergate. Beato chi non l’ha ancora letto. 
 
Con La macchia umana (2000) Roth sferra un altro colpo all’ossessione del politicamente corretto e all’ipocrisia americana. Il romanzo narra la vicenda del professore Coleman Silk, docente di lettere classiche in un ateneo del New England, che viene distrutto per aver usato accidentalmente un’espressione considerata razzista. È Zuckerman a ricostruire la vicenda e raccontarne la solitudine. Il romanzo è un condensato dei temi cari a Roth, a cominciare dal moralismo puritano, lo stesso che inchioda al muro Bill Clinton, travolto da “un’orgia colossale di bacchettoneria”.
 
L’ultima tappa della carriera di Roth è Nemesi, uscito nel 2010, romanzo che narra di un contagio di poliomielite a Newark nel 1944 e che letto oggi nei giorni del coronavirus fotografa molte delle nostre paure, ampliate dalle sirene delle autombulanze in lontananza. Il protagonista, Eugene Cantor, detto Bucky, è un ventenne che gestisce il campo estivo dei ragazzi ebrei di Newark, cercando di educarli e proteggerli dal morbo della polio che va mietendo vittime. Il suo impegno non basterà, Bucky scoprirà di essere l’untore e non se lo perdonerà mai. Ribaltamento alla Roth da tragedia classica: caduta, colpa, epilogo inatteso. Volendo si può iniziare anche da qui.


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