Igor, tutte le tappe del latitante più ricercato d’Italia

La storia del latitante più ricercato d’Italia si è conclusa con la sua cattura in Spagna, a El Ventorrillo, zona compresa tra le città di Teruel in Andorra e Albalete del Arzobispo. Una caccia all’uomo senza precedenti, lunga 8 mesi, che dal Mezzano è arrivata fino a più di 2mila chilometri di distanza. E che dietro di sé ha lasciato una scia di sangue: 5 omicidi e mille identità.

La carriera criminale di Igor Vaclavic, alias Norbert Feher, inizia in Serbia, le cui autorità avevano emanato un mandato di arresto internazionale già nel 2003 per violenza sessuale su minore e rapina aggravata. La sua storia si collega all’Italia nel 2005, quando arriva nel nostro Paese che lo battezza ‘Igor il russo’.

Il primo arresto risale a novembre 2005, quando Igor finisce in manette per furto in casa, a Savignano sul Rubicone (Forlì) insieme a Ivan Pajdek  con cui formerà, dieci anni dopo, la banda del terrore. Le manette scattano ancora a maggio 2007, quando i carabinieri di Rovigo fermano Vlacavic con l’accusa di aver rapinato degli agricoltori, minacciati con arco e frecce. All’epoca dei fatti era conosciuto ‘solo’ come il “ladro ninja” che compiva diverse rapine e scorribande notturne armato di ascia, arco e frecce.

Un uomo addestrato all’uso delle armi che non ha paura di usare con freddezza, senza pietà. Ma questo si scoprirà tragicamente solo più tardi. Come il suo vero nome: nell’atto di ingresso compilato dal carcere di Rovigo, compare il nome di Norbert Feher. Ma nessuno sospetta che sia la sua vera identità, anzi, viene ritenuta falsa e viene preso per vero l’alias di Igor Vaclavic. Così la vera identità (Norbert Feher, nato a Subotica, Serbia, il 10 febbraio 1981) si confonde con l’alias (Igor Vlacavic, nato a Taskent in Russia il 21 ottobre 1976), dando vita a una lunga serie di falsità, come il fatto che appartenesse all’Armata Rossa.

Resta in carcere 3 anni per i 5 colpi messi a segno nelle campagne tra Ferrara e Rovigo. Alla sua scarcerazione, il 13 settembre 2010, il questore rodigino firma il primo decreto di espulsione (ne seguirà un altro, ndr) che prevede l’accompagnamento alla frontiera, seguito dall’ordine del questore. Un’espulsione solo su carta, che non si concretizza su un volo charter perché, non essendo identificato, non c’è un Paese disposto a riprendersi il criminale.

Igor non lascia l’Italia e rimane nelle zone del Ferrarese, dove impara a muoversi con destrezza. E ritorna alle ‘vecchie’ abitudini, riprendendo una serie di rapine (sei quelle accertate) nella zona di Argenta, armato di ascia. Tra le vittime anche il sindaco di Argenta, Fiorentini, che il 21 ottobre a Boccaleone è stato affrontato e rapinato da uno sconosciuto con casco e accetta (che si scoprirà essere un’ascia).

Viene arrestato di nuovo nel 2010, questa volta a Ferrara, e condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione per rapina, ma esce per buona condotta dal carcere dell’Arginone nel maggio 2015. L’anno prima il magistrato di sorveglianza ordina l’espulsione del serbo, quando uscirà, ma il copione si ripete: il prefetto di Ferrara firma il decreto, Igor viene spedito al Cie di Bari ma, senza identificazione, se la cava ancora con un altro invito ad allontanarsi entro cinque giorni dal territorio nazionale. Che ovviamente non rispetta.

Sempre nel 2015, si forma la banda che semina il terrore nel Ferrarese, culminato a settembre con l’omicidio del pensionato 73enne Pier Luigi Tartari ad Aguscello. Vlacavic viene indicato come il capo della gang, ma non partecipa direttamente alla rapina finita tragicamente. Insieme a Ivan Pajdek e Patric Ruszo (condannati per l’assassinio del pensionato), Vaclavic colpisce prima a Mesola, Villanova di Denore e Coronella, sempre in casa di persone anziane.

Viene emesso un mandato di arresto europeo a suo carico. Poi si perdono le sue tracce. Almeno fino alla notte tra il 29 e il 30 marzo di quest’anno, quando una guardia giurata della Securpol viene rapinata da un uomo armato di fucile da caccia in una piadineria a Consandolo. Feher fa scattare l’allarme come ‘trappola’ per poi ottenere, sotto minaccia, la Smith&Wesson calibro 9 “argentata” in dotazione al vigilantes.

La pistola viene usata due giorni dopo, la sera del 1° aprile, per freddare il barista di Budrio, Davide Fabbri. Il fucile a pallettoni viene invece collegato a un altro delitto irrisolto, l’uccisione a Fosso Ghiaia di Ravenna, il 30 dicembre 2015, del metronotte Salvatore Chianese, a cui viene sottratta la pistola calibro 9. Armato fino ai denti, il killer continua la scia di sangue nel Mezzano, dove l’8 aprile Igor uccide la guardia ambientale volontaria Valerio Verri, e ferisce gravemente il suo collega, Marco Ravaglia, agente di polizia provinciale. Il resto è storia nota: viene identificata la zona rossa e parte l’imponente caccia all’uomo con 800 carabinieri schierati per catturare il killer fantasma.

 

Carmela Vigliaroli

cvigliaroli@giornaledelrubicone.com