Il grande classico. Medea e l’essere donna

Nel celebre monologo, Medea lamenta la sua condizione di donna, straniera, abbandonata, in un mondo in cui essere donna significa essere moglie, «comperare un padrone al proprio corpo» e dipendere poi dal suo volere e dal suo umore. Si dice che i classici siano sempre “attuali”: purtroppo, in questo caso, ciò suona particolarmente vero, e particolarmente triste.

da Euripide, Medea

Guardate, cittadine di Corinto:  
vengo fra voi. Da voi non voglio critiche.
Quante persone ho visto in vita mia
veramente superbe!
C’è chi è superbo senza averne l’aria.
Chi lo è in faccia a tutti.
E c’è chi invece sceglie il quieto vivere,
ma si guadagna il nome di egoista.
Non c’è giustizia, no,
negli occhi della gente,
se prima di conoscere davvero
che cuore un uomo ha dentro,
basta un’occhiata per averlo in odio,
senza che ci abbia fatto nessun male.

Ma uno straniero è bene che si adegui
alla città che l’ospita. E non mi piace chi, in una città,
si fa nemici i suoi concittadini, per stupida arroganza.
Ma il dolore che adesso mi ha colpita
io mai l’avrei previsto! E mi ha distrutta.
Io non esisto più, non ho più gioia
di vivere: io desidero morire, amiche mie.
Lui che per me era tutto – e lui lo sa –
lui, ch’era mio marito, ecco cos’è:
il più orrendo degli uomini.

Di tutto ciò che ha vita e che ha pensiero
siamo noi donne l’essere più misero.
Noi donne che dobbiamo, innanzitutto,
comperarci un marito, e a caro costo:
comperare un padrone al nostro corpo!
E la beffa è peggiore anche del danno.  
E qui si gioca tutto: lui com’è?  
È un uomo pessimo? O sarà un brav’uomo?
Perché si sa, i divorzi
a noi donne non portano buon nome,
e a tuo marito non puoi dire no.
E così una ragazza cambia vita:
nuove le leggi, nuove le abitudini.
E indovina dev’essere,
perché dai suoi non ha imparato nulla:
come piacere all’uomo che divide
con lei il suo letto? E dopo tanta pena,
se il marito sta bene insieme a noi,
se non tollera a stento il matrimonio,
“che esistenza invidiabile”, si dice!
Altrimenti conviene essere morte.
E l’uomo, lui, se è stanco di sua moglie,
può uscire e dare sfogo alle sue ansie.
Noi no: guardare fisse a un solo cuore,
questo è il nostro dovere.  
E dicono: che bella vita comoda,
noi donne, chiuse in casa; loro, invece,
fuori a fare la guerra, le armi in pugno.
Si sbagliano: preferirei schierarmi
tre volte, scudo a scudo, in campo aperto,
che partorire anche una volta sola.

Ma io parlo per me: per voi è diverso.
Voi siete in patria, e qui c’è casa vostra.
Vivete bene. Avete amici intorno.
Io sono sola, io non ho patria, e il mio
uomo mi fa violenza.
Mi hanno portata via dalla mia terra:
non ho più madre, non ho più un fratello,
non ho più cari a cui chiedere aiuto
nel mio soffrire. Solo questo, amiche,
vorrei da voi: se mai troverò un modo
per far pagare tutto a mio marito,
siate con me.

Centro Studi La permanenza del classico dell’Università di Bologna
Traduzione di Federico Condello
Per la lettura di Elisabetta Pozzi
 


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