“In Senato Conte avrà un oppositore in più”

“A Roma porterò la bandiera della Sardegna, quella con i quattro mori. Perché, soprattutto con la riduzione di 345 parlamentari alle porte, per difendere gl’interessi dell’isola sarà necessario fare squadra. E non consentirò a nessuno di trattare noi sardi come untori, visto che abbiamo controllato benissimo l’epidemia da coronavirus sull’isola, finchè non sono arrivate da altri luoghi persone contagiate che non abbiamo potuto sottoporre a controlli per il no del governo al passaporto sanitario. Roma non dovrà più negarci ciò di cui abbiamo bisogno, dal metano alla proroga del piano casa”. Idee chiare per il neosenatore Carlo Doria, eletto a Palazzo Madama in seguito alle elezioni suppletive nel collegio uninominale Sardegna 3 per il centrodestra con oltre il 40% (il seggio era della senatrice del Movimento 5 Stelle Vittoria Bogo Deledda, scomparsa il 17 marzo scorso). Un’area di quasi 430mila elettori con Comuni come Sassari, Olbia, Alghero, Porto Torres, Arzachena e parte della Barbagia nuorese, con Bitti e Orosei. Praticamente l’intera Sardegna settentrionale.

Classe 1966, sassarese, il senatore Doria è direttore dell’unità operativa complessa di Clinica Ortopedica presso l’ospedale di Sassari e docente universitario di ortopedia e traumatologia presso la facoltà di medicina e chirurgia dell’università turritana. Un chirurgo ortopedico, quello che ci vuole per un centrodestra uscito un po’ ammaccato dal voto regionale e che necessariamente dovrà ripartire dai territori in chiave di un percorso verso il governo nazionale.

Si è già abituato a sentirsi chiamare senatore?

“Preferisco ancora dottore o professore. I senatori passano, i medici e gli insegnanti restano”.

I suoi sfidanti erano il presidente dell’ordine degli ingegneri di Sassari Lorenzo Corda e l’avvocato penalista Agostinangelo Marras. Una politica di professori?

“Direi di professionisti che vivono nel quotidiano in mezzo alla gente. In una città come Sassari è abbastanza normale, dal momento che è una città con una storica borghesia che si dedica a vari ambiti professionali”.

Chi l’ha spinta a una contesa così impegnativa?

Io non ho mai ricoperto cariche pubbliche, né ho mai avuto in tasca la tessera di un partito. Ma l’amore per la mia terra, la Sardegna, quello sì, è stato una militanza civile. Ho un rapporto umano e politico molto stretto con il presidente della Regione Christian Solinas, a metà agosto abbiamo parlato di questa possibilità. Non potevo dire di no!”.

Da Sassari a Cagliari e ritorno sono quasi 430 chilometri. Una bella scarpinata per una candidatura dai risultati finali incerti, non le pare?

“Il risultato incerto fa parte di ogni competizione. Ovviamente sono andato in auto a Palazzo Devoto (sede a Cagliari della presidenza di Regione Sardegna, ndr), sfidando le trincee della statale Carlo Felice. Roba da mettere a rischio ammortizzatori e asse dello sterzo! Dobbiamo assolutamente adeguare la rete stradale sarda. Non ci possono volere quasi tre ore per spostarsi tra le due città più grandi della Sardegna!”.

Una campagna abbastanza originale la sua. C’è chi ha distribuito agli elettori i biscotti che portano il suo stesso nome…

“Questa voce è giunta anche a me, come quella dell’inno della Sampdoria, Doria olè! Ma non si tratta di idee mie, anche se sono molto divertenti!”.

Quindi le sono piaciute?

“Il professor Ernesto De Santis, grande ortopedico e mio maestro mi chiamava ‘Dottor Baldoria’ quand’ero un giovane medico voglioso d’imparare. Faccia lei!”.

Perché questo soprannome?

Sassari è una città che ancora mantiene vive le tradizioni della goliardia universitaria (lo spirito che anima le comunità di studenti universitari, mix di trasgressione, ironia, avventura, ndr). Quando c’era da organizzare qualche scherzo ben fatto non mi sono mai tirato indietro”.

Ci racconta uno scherzo che ha fatto in quegli anni?

“Magari dopo…(ride)”

A proposito, il cognome Doria non mi sembra molto consono alla sardità originale al 100%…

“La famiglia Doria si trova in Sardegna dall’anno Mille, molti castelli sono stati fondati dai Doria, Castelsardo, la stessa Alghero”.

Ha mai rivendicato questi possedimenti per relazione onomastica?

“No, mi accontento, diciamo così, della mia casa ad Alghero. Anche perché sarebbero davvero troppe proprietà! (ride). Poi un Doria è stato messo da Dante all’inferno per un peccato che non appartiene a me né a nessun sardo certamente…”.

Chi era il peccatore?

“Branca Doria, genovese con diversi incarichi politici nella Sardegna del tredicesimo secolo, compare nel trentratreesimo canto dell’Inferno dantesco, nel nono cerchio, la Tolomea, dove sono dannati i traditori degli ospiti”.

Quindi lei si sente più anima da Paradiso?

“L’aspirazione è quella, anche se l’inferno è più divertente”.

Sport? È tifoso del Cagliari?

“Da giovane giocavo a tennis. Oggi seguo con interesse sia il Cagliari calcio, sia la Dinamo Sassari, orgoglio del basket che porta in giro per l’Italia il buon nome della nostra comunità”.

Se vengo a pranzo a casa sua che piatto mi offre? In abbinamento a quale vino?

“Se la ospito ad Alghero ovviamente le linguine con i ricci e l’aragosta alla catalana. Direi che l’abbinamento migliore è con un Vermentino della Gallura. Ma chiedermi un piatto sardo o un vino sardo preferiti sarebbe come chiedere a un padre quale dei figli preferisca. L’enogastronomia sarda anche sulla terra offre moltissimo. Per cui mi è impossibile fare una gerarchia di cibi e di vini isolani”.

Parla in dialetto di solito?

“Il sardo è una lingua che comprende diversi idiomi. Capisco certamente l’algherese che discende dal catalano e il sassarese. Ma la comprensione è decisamente migliore del parlato. Infatti con persone che conoscono bene la lingua parlo solo in italiano”.

Sulla storica caserma della Brigata Sassari in piazza Castello campeggia il motto “sa vida pro sa patria”. Lei ne ha uno così evocativo?

“Così lei tocca sul vivo un ‘sassarino’ come me. Ho prestato servizio di leva militare come ufficiale medico nel 1992 proprio presso la Brigata Sassari. Esperienza indimenticabile, piena, devo loro una visita al contingente italiano in Libano, cosa che farò appena possibile. Quel motto rappresenta il sangue versato da tanti sardi nelle trincee della Prima Guerra mondiale, per far nascere una patria unita, l’Italia. Direi che mi sento assolutamente rappresentato da quelle parole e da quei valori”.

È stata la sua una campagna elettorale di piazze e di comizi, seppur distanziati, e di incontro con la gente. Cosa le ha lasciato?

“Avendo un rapporto con studenti e con pazienti non ho avuto bisogno di ritrovare un contatto con la gente che non ho mai perso. Mi ha colpito a Castelsardo, dopo un comizio, un uomo di circa sessant’anni seduto sull’uscio della sua bottega artigiana, sconsolato, che mi aveva comunicato il suo guadagno di quella giornata di lavoro: 78 euro. Ho realizzato in quel momento che la politica non ha sempre risposte immediate per ogni problema, specialmente di fronte a sfide come la crisi economica da coronavirus”.

Senatore Doria, lo scherzo…

“Quale scherzo, scusi?”

Non faccia il politico che non mantiene le promesse, quello dei suoi anni goliardici!

“Ah già! Dunque, c’era questo collega appassionato di spionaggio e un po’ credulone all’epoca. Gli abbiamo fatto credere di essere entrato nei servizi segreti, un nostro complice più grande e a lui sconosciuto, nome in codice Nettuno, lo ha esaminato e arruolato in un locale a Sassari. Nettuno ha prospettato al neo agente un addestramento per usare le armi da fuoco da tenere a Malta o in Sudafrica. E lo abbiamo convinto!”

Gli avete svelato tutto qualche giorno dopo?

“Qualche giorno? Almeno tre mesi dopo! In quel periodo ha svolto attività d’intelligence a Sassari, arrivando a proporsi al nostro direttore dell’epoca per un inesistente stage medico a Philadelphia, negli States. Gli avevamo dato anche un tesserino plastificato dell’FBI- ITALIAN DIVISION, ovviamente falso. S’immagini che una volta lo stava per mostrare alla polizia stradale durante un controllo!”

Ma è sufficiente lo spirito goliardico per questi scherzi?

“No, non basta. Servono le doti del genio enunciate dal Perozzi film ‘Amici miei, atto secondo’: intuizione, colpo d’occhio, rapidità d’esecuzione. Appena s’individua il merlo, la vittima ideale, bisogna partire con lo scherzo”.

Doti buone anche per la politica parlamentare, no?

“Credo di sì, ma spero che in Senato merli ce ne siano pochissimi, altrimenti sarebbe un problema per l’Italia!”.

Al presidente del Consiglio Giuseppe Conte proverà a tirare uno scherzo politico?

“Certamente al Senato, dove i numeri per il governo non sono confortanti, avrà un oppositore in più. Ma ripeto, io vado a Roma per dare più voce alla Sardegna”.



Fonte originale: Leggi ora la fonte