Joe Biden sui social non esiste: ma forse è la strada per battere Trump

Nel mondo rovesciato del coronavirus, nell’anno in cui il pianeta si è fermato e non è ancora ripartito, ci sta che diventi presidente degli Stati Uniti uno che per Internet quasi non esiste. Joe Biden è forse il candidato meno digital e social che nel 2020 ci si potesse immaginare. E’ come se venisse da un’altra epoca e ci fosse rimasto. Recentemente ha detto con candore che quando non capisce qualcosa sul suo telefonino, il che deve capitargli piuttosto spesso, chiede aiuto a una nipote. Un tocco di umanità, che avrebbe dovuto spalancargli la comprensione dei tanti tardivi digitali e invece lo ha soltanto fatto apparire fuori tempo. Si dirà: ha 77 anni, ma non è una questione di età: Bernie Sanders, che a lungo è stato in testa fra i democratici per ottenere la nomination, ne ha 78 ma si muoveva tra Twitter e Instagram con l’agilità di un ragazzino; e infatti ha ancora oggi più del doppio dei follower di Biden. Oppure si dirà: l’ex vice presidente è partito tardi, il che è in parte vero, ma non spiega tutto. Il suo canale YouTube non arriva a 50 mila iscritti e i suoi video, eccezion fatta per quello in cui Barack Obama gli annuncia il suo appoggio (che ha fatto furore), registrano poche decine di migliaia di visualizzazioni ciascuno quando, per dire, quelli dei Me Contro Te, gli influencer preferiti dai nostri bambini, fanno dieci volte tanto. Ecco, Biden non è un influencer, quando parla non riesce ad essere virale, e sfida il presidente uscente che invece vive su Twitter e che sembra nato per i social media che notoriamente premiano i contenuti aggressivi, divisivi, persino le bufale, basta che siano espresse con convinzione. 

Il punto è: nel 2020 si può conquistare la Casa Bianca senza un uso accorto dei social media? La risposta è: probabilmente no. Il fatto è che anche quel “probabilmente” sembra ottimistico con il coronavirus che ha bloccato la campagna elettorale strada per strada: niente comizi, niente bagni di folla, niente soste nei fast food per mangiarsi un hot dog “con la vera America”. Per conquistare i voti restano solo i social. E Zoom: non so se sia vero, ma dal suo staff dicono che il candidato da qualche giorno contatti alcuni elettori personalmente tramite la popolare piattaforma per video chiamate. E poi ci sono i podcast: li registra in uno studio realizzato in una stanza della dimora dove vive. Niente di eccitante, però. “Sono brutti e noiosi”, li ha stroncati un critico. Così, la strada è lunga. 

Insomma sulla carta non c’è partita. Eppure invece forse c’è. Nel mondo rovesciato dal coronavirus, nell’anno in cui il pianeta si è fermato, Joe Biden, consigliato dal capo del suo team digitale Rob Flaherty, sta provando a giocare una partita con regole completamente diverse: invece di attaccare frontalmente Trump, invece di scatenare ogni giorno una rissa virtuale, cosa che probabilmente piacerebbe agli algoritmi e farebbe schizzare la partecipazione, che sui social si chiama engagement; invece di fare il duro, Biden fa il buono, punta sui sentimenti, sui valori, e di solito ignora l’avversario. Non lo nomina. Questa strategia non è nuovissima: l’abbiamo vista recentemente in Italia, quando ancora Internet non era determinante, ma la tv sì, e il candidato del partito democratico Veltroni sfidò Silvio Berlusconi cercando di non nominarlo. Faceva il buono, il buonista secondo i detrattori. E perse. Ma nell’anno in cui tutto sta cambiando, ci sta che diventi presidente degli Stati Uniti uno che sui social ci è appena arrivato, li usa sottovoce e scommette su un sentimento di cui soltanto da qualche settimana abbiamo riscoperto il significato: l’empatia.

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