La Apple ha provato a far realizzare gli iPhone da un robot: e ha fallito

Con la disoccupazione che vola in tutto il mondo e migliaia di cassintegrati in Italia in attesa di ricevere il dovuto, c’è poco da stare allegri. Ma se cercate motivi per credere che il futuro, dopo la pandemia, avrà ancora bisogno di noi, noi che lavoriamo per vivere o che viviamo per lavorare, sentite questa: la Apple ha provato a sostituirci con i robot; ci ha provato per anni, otto per la precisione; ha investito un sacco di soldi, alcuni dicono molti milioni di dollari, nel tentativo di far costruire uno dei suoi prodotti soltanto a delle macchine, senza che un solo essere umano ci mettesse nulla. Ci ha provato e non ci è riuscita. L’iPhone viene meglio a mano, è stata la definitiva conclusione. Il racconto che il sito The Information ha fatto dell’escursione della azienda di Cupertino nel favoloso e gelido mondo dell’automazione è prezioso. E non solo perché la Apple è l’azienda con il più alto valore di mercato del mondo (ricordate quando superò il trilione di dollari? Era il 2 agosto 2018: ora sta già a 1 trilione e mezzo, non c’è covid-19 che tenga). 

Insomma, la storia è questa: otto anni fa l’amministratore delegato Tim Cook è in Cina, a Shenzhen, per visitare Foxconn, la grande fabbrica dove si fanno gran parte degli iPhone del mondo. Gli mostrano un robot, chiamato Foxbot, che assembla alla perfezione un iPad. O così sembra. La previsione è l’ingresso di un milione di robot operai entro due anni nella fabbrica cinese. Previsione largamente sbagliata: oggi sono 100 mila, non pochi certo; ma il segno che certi tipi di mansioni i robot le svolgono peggio, molto peggio di noi. Come negli anni scorsi hanno imparato anche alla Boeing, alla Tesla e alla Toyota, per citare alcune delle aziende che sono tornate indietro. Anche la Apple ci ha provato seriamente a esplorare questa strada: ci ha provato con un iPhone nel 2012, e poi con un iPad, con un MacBook e persino con un Apple Watch. 

Non che una fabbrica senza umani, quella immaginata in un racconto di Philip Dick del 1953 (“Autofac”), sia un traguardo impossibile: ma si può realizzare solo per certi specifici prodotti. Quando le mansioni sono, magari faticosissime, ma semplici e ripetitive. Queste fabbriche si chiamano “lights out”, perché i robot non hanno bisogno di luce per lavorare, e nemmeno di aria condizionata, come osservò soddisfatto un imprenditore giapponese nel 2015. Ma se devi avvitare una vite piccolissima, dosare la pressione, capire una situazione, se hai bisogno di una intelligenza che non sia artificiale, vinciamo ancora noi. Meglio così. 

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