La deputata senza volto dice addio ai grillini. “Traditi i nostri ideali”

È l’ennesimo addio al M5s, ma non è come gli altri. Piera Aiello è un simbolo. E lo era per i grillini che nel 2018 avevano deciso di candidarla nel collegio uninominale della provincia Trapani-Marsala in quanto icona antimafia di indubbio impatto.

La prima parlamentare nella storia della Repubblica con lo status di testimone di giustizia, da quando nel 1991 decise di denunciare gli assassini del marito mafioso e iniziò a collaborare con il giudice Paolo Borsellino. Mostra il volto e rivela la sua vera identità solo due anni fa, in occasione della campagna elettorale tra le fila pentastellate. Il Blog delle Stelle celebra la sua elezione alla Camera con un articolo. Il titolo fa così: «La fantastica storia di Piera Aiello in Parlamento con il M5s: la mafia ha perso». Peccato che la storia tra la coraggiosa testimone e i Cinque Stelle sia già finita. In malo modo. «Mi dimetto dal M5s, che non mi rappresenta più», scrive la parlamentare su Facebook. Nel lungo post ripercorre le tappe principali della sua breve avventura politica. Dice di ammirare il pensiero del fondatore Gianroberto Casaleggio. Parla di un Movimento che «negli anni si era battuto in nome della verità, della giustizia e della legalità». Quindi arriva al nocciolo della questione: «In due anni di questi ideali non ho visto attuare neanche l’ombra».

Il fulcro del ragionamento è un attacco al ministro della Giustizia grillino Alfonso Bonafede: «In commissione giustizia i deputati sono incaricati di proporre emendamenti o modifiche su qualsiasi proposta di legge avallata o scritta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e dal suo ufficio legislativo». Insomma, spiega Aiello «è sempre il ministro a decidere tutto e sicuramente non in autonomia».

Parole che vanno a incidere nella carne viva del grillismo. E risvegliano la fronda parlamentare nei confronti del Guardasigilli. Molti eletti, a taccuini chiusi, danno ragione alla Aiello. A viso aperto commenta Vittoria Baldino, deputata che incidentalmente è tra le più agguerrite sul nodo dei servizi segreti. «Piera per il M5s era una risorsa importante, e la sua scelta, che rispetto e comprendo, mi addolora molto», scrive la parlamentare calabrese. Che parla del Movimento come di «una forza politica che non può più rinviare un percorso di riflessione e di discussione interno sulla propria identità e sul suo futuro».

Un percorso che avrà il suo culmine negli Stati Generali di ottobre. Un cammino in cui è tornato protagonista Luigi Di Maio. L’ex capo politico, dopo aver dato il via libera alle alleanze con il Pd, sta riscuotendo un certo successo in una parte del gruppo parlamentare mostrandosi scettico sulla possibilità di costruire un nuovo centrosinistra con i dem. Nella sua piattaforma politica gli accordi «si fanno solo dove ci sono le condizioni». Ed è una strategia per tenersi le mani libere se dopo le regionali si frantumasse il blocco giallorosso.

Di Maio smentisce la «manina» sull’emendamento sui servizi segreti, intanto approfitta della «pausa di riflessione» tra il presidente Giuseppe Conte e il M5s. A Palazzo Chigi sono irritati dalla corsa solitaria dei grillini in quasi tutte le regioni, con gli appelli di Conte rimasti inascoltati. E la gazzarra sui servizi non ha fatto altro che peggiorare la situazione. Nel frattempo pare aver perso forza la fronda contro Davide Casaleggio e la piattaforma Rousseau. Si punta alla pacificazione tra tutte le anime, con l’obiettivo di varare agli Stati Generali una segreteria composta da sette persone per accontentare le correnti.


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