La fine del cartellino

Meno di un anno fa per combattere l’assenteismo dei dipendenti pubblici, i mai abbastanza deprecati furbetti del cartellino, l’allora ministro Giulia Bongiorno, nel nome della “concretezza”, aveva varato un regolamento che introduceva i controlli biometrici. Basta con questa “fraudolenta solidarietà”, disse il ministro, riferendosi ai colleghi che timbravano al posto degli assenti. La soluzione: le impronte digitali. Era il 7 luglio 2019, ma a pensarci meglio deve essere passato un secolo.

A settembre infatti il governo è cambiato, la proposta di prendere le impronte digitali di tutti i dipendenti pubblici è stata subito accantonata perché considerata “criminalizzante” di una intera categoria. Tutto come prima insomma. Ma è stata la quarantena a far prendere alla vicenda una direzione addirittura opposta. Lo smart working. Per i dipendenti pubblici è stato imposto dalla fase 1 della pandemia ma la notizia è che non si torna indietro. L’esperimento deve aver funzionato se il ministro Dadone ora dice che punta a far rimanere in smart working fra il 30 e il 40 per cento dei dipendenti pubblici.

Circa un milione di persone. La svolta non è soltanto formale e non riguarda soltanto il luogo in cui il dipendente lavora. La svolta è culturale. Lo smart working infatti non è il telelavoro, ossia un lavoro fatto a distanza con le stesse modalità di quello fatto in ufficio, ma è un lavoro svolto in autonomia e misurato sui risultati. E’ la fine del cartellino: anche con le impronte digitali sarebbe finito, ma in quel caso aumentando la sorveglianza, qui puntando tutto sulla fiducia. Dice il ministro: “Iniziamo a far lavorare per obiettivi, con scadenze precise”.

Ci pensate? La pubblica amministrazione, la famigerata burocrazia nostrana, che lavora per obiettivi, cioè per la qualità dei servizi erogati ai cittadini? Sembra un sogno ma per realizzarlo servirà molta determinazione per completare la trasformazione digitale dei processi e superare i tanti oppositori di un simile progetto. Chi sono? Lo dice il ministro: “E’ necessario che gli alti dirigenti rinuncino ad un pezzo del loro potere”. L’Italia che verrà dopo la pandemia dipende anche dall’esito di questa partita. 


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