La fortuna di Conte ha le ore contate

Nel cortile di Montecitorio, alla vigilia della fatidica data del 21 settembre, tutti tentano di scrutare il futuro. Renato Brunetta, pasionario della battaglia per il No al referendum sul taglio dei parlamentari, per spiegarsi prende ad esempio i personaggi dei cartoons di Walt Disney. «Conte è come Gastone – spiega – è andato avanti con il culo. Ma nella vita, come si dice, c’è il feu rouge e il feu vert. Finora a Conte è andata bene, ha colto l’attimo per incrociare solo semafori verde, ma se incapperà in un semaforo rosso non gliene andrà più bene una». Poco più in là, Fausto Raciti, deputato del Pd siciliano raccoglie l’immagine e l’arricchisce di personaggi. «La fortuna di Conte-Gastone ormai è rinomata, il problema è che noi abbiamo Zingaretti-Paperino. Solo che a differenza di Paperino, Nicola non è sfortunato, lui gli spigoli dove sbattere la testa se li va proprio a cercare. Basta pensare alla tirata in favore del Sì sul referendum. Motivo per cui se ci sarà una sconfitta sonora il 21 settembre non investirà Conte-Gastone, che, com’è pure nel carattere del personaggio di Disney si è già defilato, ma Zingaretti-Paperino».

La politica ridotta a Topolino, o meglio raccontata secondo i personaggi del celeberrimo fumetto. In fondo in piena carestia di leader, la psicologia dei protagonisti puoi spiegarla più con i tratti umani che ritrovi nei cartoons, che alla luce di elaborate strategie che o non esistono, o sono tanto strampalate quanto casuali. Quando ti ritrovi in una situazione in cui un governo va avanti con votazioni in cui passa per il rotto della cuffia (ieri il decreto Covid è stato approvato con appena 219 voti favorevoli); i capi dei servizi segreti li confermi con un decreto in cui si parla d’altro (un obbrobrio istituzionale che ha fatto saltare sulla sedia anche il mite prof. Cassese); o, ancora, assisti all’assurdo che proprio i grillini, nati e cresciuti nel populismo anti Casta, ti propongono l’introduzione delle preferenze nella legge elettorale, indicate trent’anni fa come la Bibbia della Casta; ebbene, in un momento del genere, è proprio difficile offrire una lettura della politica razionale. E così quello che non puoi spiegare con la politica con la P maiuscola, devi tentare di comprenderlo con la psicologia con la p minuscola. «A Conte – osserva il sottosegretario alla giustizia del Pd, Andrea Giorgis – finora la fortuna ha sorriso. Zingaretti, invece, è Paperino con le sue disavventure. Non ha neppure l’astuzia e la cattiveria di Paperinik. Ma ti pare che sapendo di avere il gruppo dirigente del suo partito schierato per l’80% sul No al referendum, tu sposi con quella veemenza il Sì? Così lunedì si farà una direzione rituale per abbracciare il Sì, ma poi tutti faranno campagna per il No. E lo fai per cosa? Per partecipare alla vittoria grillina del Sì, se ti vanno male le Regionali? Ma su!». E sempre per parlare di un’altra delle disavventure di Zingaretti-Paperino, Giorgis parla proprio delle elezioni regionali: «Qui il pareggio – spiega – ce lo giochiamo sulla Puglia e allora come puoi pensare di giocarti l’osso del collo su Emiliano che non è neppure tuo?! Avremmo potuto puntare su un altro candidato. Alla fine ci dovremo consolare con la vittoria di De Luca che è un altro che con Zingaretti non c’entra nulla. Una situazione surreale!».

Appunto, surreale. Solo che poi sono i risultati elettorali a riportarti alla realtà. Anche il ministro per i rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, lo ammette. «Conte – osserva – sarà pure fortunato, ma la fortuna arride agli audaci. Poi certo c’è il consenso: se le Regionali finiscono 6 a 0 a favore del centrodestra è un dramma, 5 a 1 un grave problema, 4 a 2 un problema. Solo se si pareggia 3 a 3 va bene». Purtroppo, però, l’ipotesi più probabile è che finisca 4 a 2 con la sconfitta in Puglia data per scontata addirittura nella segreteria di Dario Franceschini, dove si parla di consiglieri regionali del Pd che per assicurarsi il voto dei propri elettori, insofferenti verso Emiliano, chiedono il voto disgiunto rispetto al presidente. «Se questo fosse il risultato – ammette Matteo Renzi – il problema esisterebbe e riguarderebbe lo stesso Conte». Di più il leader di Italia Viva non dice, ma sullo sfondo c’è sempre il governo Draghi.

E già, con le sue mosse del cavallo e le strategie spericolate, Renzi nel cartoons giallorosso potrebbe interpretare Topolino: in fondo se in Toscana il candidato del Pd, Giani, vincesse grazie ai suoi voti e in Puglia Emiliano perdesse per i consensi avuti dal candidato di Iv, Scalfarotto, l’ex premier farebbe «filotto». Inutile dire che in questo momento Renzi ha più feeling con Zingaretti-Paperino e con Di Maio che nella sua furbizia un po’ infantile (far fuori Conte senza lasciare impronte) somiglia a quel genio di Paperoga. Per cui se bisognerà trovare un capro espiatorio per un’eventuale sconfitta giallorossa anche se il premier ha fatto di tutto per defilarsi, lo tirerà in ballo. Del resto nei mesi scorsi chi, per diversi motivi, voleva far fuori il premier si è sempre rivolto al leader di Italia Viva. Suggestioni che hanno sempre avuto un retroterra psicologico. Una volta gli ha lanciato segnali Di Maio-Paperoga che vuole scongiurare un’egemonia di Conte sui grillini. Un’altra volta Zingaretti che ambisce a entrare nel governo. Qui tutto si spiega con la paura: il segretario del Pd non vede l’ora di lasciare la poltrona sempre più bollente di governatore del Lazio. Addirittura ora è finito sotto i riflettori il suo assessore alla Sanità, Alessio D’Amato, il Gallera de noantri: secondo un rapporto della Guardia di finanza ha utilizzato 273mila euro di fondi regionali avuti per un’onlus in difesa dell’Amazzonia per la sua campagna elettorale e la Corte dei conti (il processo penale è andato in prescrizione) ce l’ha pure con la Regione di Zingaretti che non si è presentata parte civile. Un’altra delle tante disavventure del Paperino della politica.

Così tutti, per fare i conti, sono in attesa dei risultati del voto di settembre. «Magari si accorgeranno finalmente – è la profezia del leghista, Giancarlo Giorgetti – che sono morti». A meno che la fortuna non arrida ancora a Conte-Gastone. Se ciò non avvenisse, parafrasando la battuta del Gastone interpretato da Alberto Sordi che però tirava in ballo la guerra, il premier potrebbe accomiatarsi dicendo: «A me mi ha rovinato l’epidemia!». Anche se, a ben vedere, in questi mesi è successo l’esatto contrario. Ma si sa, ognuno se la canta come vuole.


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