La svolta politica di Tik Tok: così è diventata la app degli attivisti

Quando dicevamo che tutto sarebbe stato diverso, dopo la fine della quarantena, non pensavamo certo a Tik Tok. Anzi: con la pandemia che mieteva vittime chi aveva voglia di usare una app che finora era servita soprattutto a condividere video buffi da 15 secondi, per di più di proprietà di una azienda cinese? E invece già ad aprile Tik Tok era la seconda app più scaricata del mondo dietro Zoom (nella classifica delle app non di giochi). E a maggio è diventata la numero uno assoluta con 112 milioni di download: prima davanti a Zoom, Whatsapp, Facebook, Messenger, Instagram e Google Meet.

Questa cosa ha diverse spiegazioni: la prima è che i giovanissimi ormai passano quasi lo stesso tempo a guardare video su YouTube e su Tik Tok (lo dice una ricerca appena uscita: 80 minuti al giorno). La seconda è che la piattaforma si è evoluta: non è più soltanto un luogo dove condividere balletti e barzellette, ma uno strumento per raccontare storie.

Questa evoluzione si deve al fatto che da qualche mese la durata consentita dei video è cambiata: dai 15 canonici a 60 secondi, quattro volte di più. In 15 secondi puoi far ridere, in un minuto puoi raccontare una storia. In Italia i ragazzi lo hanno fatto per raccontare, con molta ironia, i paradossi e le contraddizioni della didattica a distanza. In America invece Tik Tok è sorprendentemente diventato lo strumento principale per documentare le manifestazioni anti razziste e per esprimere solidarietà al movimento dei neri. I video con l’hashtag #blacklivesmatter, hanno totalizzato finora quasi 10 miliardi di visualizzazioni, una cifra mostruosa. 
Perché gli attivisti abbiano scelto Tik Tok rispetto agli altri social è la domanda che molti si fanno: forse la risposta è che Facebook non andava bene vista la posizione neutrale di Mark Zuckerberg rispetto a Trump; e Twitter non permette di editare i video per renderli più efficaci; Tik Tok invece permette di modificare un video con parole e immagini che rafforzano il messaggio; inoltre ha un algoritmo che consente anche a chi ha pochi followers di generare milioni di views per un video efficace. Sì certo, poi c’è la questione della Cina: i video sulle proteste di Hong Kong sono pochi e poco visti, non è un caso, è censura. 

Ma la mutazione di Tik Tok va seguita con attenzione perché sta già generando collaborazioni inimmaginabili qualche mese fa: domani sera per esempio diversi grandi musei del mondo (gli Uffizi per l’Italia) sperimentano una diretta per far scoprire l’arte ai ragazzi. 
Vedremo se questi esperimenti attecchiranno: se diventa davvero la piattaforma dell’attivismo politico dei più giovani, per capire che mondo fa sarà necessario passare da qui. 
 


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