Lagioia, capire inseguendo la ferocia

NICOLA LAGIOIA ”LA CITTA’ DEI VIVI” (EINAUD, pp. 462 – 22 euro). Nicola Lagioia torna alla ”ferocia”, che dava il titolo anche al romanzo con cui vinse il Premio Strega 2014, e ”Riportando tutto a casa”, come si intitola un suo romanzo del 2009 che ha sotterranei legami con questo. Come in quei due racconti c’è la ferocia, quella che esplode fuori, con la violenza, e quella psicologica, che fa parte della personalità e che si rivela magari in certi misteriosi cortocircuiti dei rapporti a due, in certi casi d’istintiva ribellione a una vita senza scopo e futuro che cerca di uscire, di salvarsi per un momento dall’annegare nel quotidiano, quello di tanti ragazzi d’oggi, di questo tempo sospeso.
    Qui conta anche lo sfondo, quello di una città allo sfascio, invasa dai topi e segnata da gesti gratuiti, come il buttar biciclette nuove nel Tevere, ma anche diventar feroci senza ragione, e per darcene conto l’autore inventa un personaggio esterno alla storia principale, un turista olandese a Roma in cerca di avventure gay , per cui affitta una stanza da un ristoratore: ”Li dentro lui non era più nessuno. Non esisteva un registro con sopra scritto il suo nome. Il più bel cesto per queste mele marce”.
    E’ in questi brevi racconti laterali che il libro acquista un suo senso minimo, aldilà della vicenda noir restituita nei minimi dettagli, con la maestria di chi sa come costruire una storia, dilatando a romanzo quel modo di ricostruire un fatto di molti cronisti di nera di una volta, capaci di colorire e far narrazione come oggi non si usa più. E poi c’è lo stesso scrittore che si confessa in prima persona, che spiega come di questa storia avesse paura, tentasse di tenersi lontano, avendo anche lui seppellito nel suo passato gravi gesti di violenza gratuita con cui temeva ora di trovarsi a fare i conti, come appunto accade. Del resto se il lettore è attratto e si immerge, proprio come l’autore, in una vicenda così dura, violenta, vera, ”insensata”, è proprio per il fascino che questa ha su di lui, col suo indagare il liberarsi degli istinti e della natura, arrivando a certe corde interiori di ognuno, sensibili alla morte nelle sue tinte più aspre e vitali.
    La storia, quella che viene raccontata minuziosamente fin dove è possibile, e però offrendo così tasselli per cercar di intuire anche quel che non è dicibile, è quella che ha riempito le pagine dei giornali nella primavera 2016, quando due giovani con risvolti omosessuali, Manuel Foffo e Marco Prato, di buona famiglia benestante, il primo figlio di un proprietario di ristoranti, il secondo di un noto manager culturale, un pomeriggio strafatti di coca e alcol uccidono, seviziandolo in modo crudelissimo per ore, un ragazzo che conoscono appena di estrazione popolare, figlio di un venditore ambulante di dolciumi, Luca Varani, vittima quasi causale. E qui nasce la domanda cruciale: non quella solita, passiva, ”sarebbe potuto accadere a me di essere vittima?”, ma quella attiva, che nessuno si fa mai e invece assilla Lagioia ”sarebbe potuto accadere a me di fare una cosa simile?” (”Bisognerebbe sapere molto del carnefice per capire che la distanza che ci separa da lui è minore di quanto crediamo”). L’abilità di scrittura e di far romanzo della materia raccolta, migliaia di documenti giornalistici e processuali, perizie, interviste, indagini, di renderli vivi all’interno del racconto e dell’indagine su quel che è accaduto, non serve per dar giudizi o cercare colpevoli, che sono sin troppo evidenti senza bisogno di enfatizzare nulla, ma per rendere una realtà inquietante in cui spesso uno non si rende conto di chi sia, o di chi stia diventando, chi ti sta vicino e a cuore e non ci sono moralmente e psicologicamente confini così netti tra colpevoli e innocenti, tra genitori e figli, tra famiglie e società. Non per caso protagonisti del racconto sono anche i genitori non meno dei loro figli.
    Tutto questo è tanto evidente nell’atteggiamento di Manuel e Marco che è come non capissero cosa hanno fatto, o meglio quel che gli è successo, e letteralmente chiedono una spiegazione agli altri, come non avessero più una scala di valori, un senso dell’io e della responsabilità personale. Sono due esemplari della mutazione di una città, di un mondo (in cui a dar un senso alla giornata è la coca, che crea movimento collegando tutto a tutti) in cui si sentono ”liquidi”, come avrebbe detto Baumann, oppressi e spaesati, hanno solo un desiderio di ribellione, di sfida astratta, non più incanalata ideologicamente come un tempo, ma che risente della virtualità che oggi è come si infiltrasse ovunque, contaminasse animi e azioni.
    E per l’autore (come per il lettore) le conclusioni su come accadano certe cose e come uno possa salvarsi non sono semplici: ”E’ la considerazione più complicata da mettere a fuoco: le mie risorse di allora, voglio dire, erano così scarse che non mi avrebbero consentito di uscire senza sregolatezze – e piuttosto pericolose – dal vicolo cieco in cui mi ero ficcato. Ci era voluto più di uno strappo violento per tirarsene fuori. Sono stato fortunato”. (ANSA).
   


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