Libia, Di Maio condanna Haftar per gli attacchi a Tripoli: “E a Misurata l’ospedale aiuterà contro il coronavirus”

HAFTAR cessi gli attacchi a Tripoli, rispetti la tregua, torni al confronto politico. Perché in Libia gli accordi sono ancora quelli firmati con l’Onu a Skirat, in Marocco, nel 2015, quelli che hanno creato il governo di Fayez Serraj a Tripoli. E con quelli bisogna fare i conti. L’Italia rapidamente confermerà il suo impegno in Libia, innanzitutto riorganizzando l’ospedale militare di Misurata, in cui verranno applicate cure anti-coronavirus.
 
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è intervenuto oggi di fronte alle Commissioni Esteri di Camera e Senato per fare un punto sulla politica italiana sulla Libia. Ci sono alcune novità: innanzitutto la conferma che, fra mille cautele diplomatiche, l’Italia inizia a guardare oltre il generale Khalifa Haftar. Di Maio per la prima volta ha detto che il rifiuto da parte del generale di accettare gli accordi di Skirat (vedi il discorso del “golpe” del 27 aprile) “ha contribuito a far rimanere inascoltati i continui richiami della comunità internazionale a una tregua umanitaria. Skirat continua a rappresentare il quadro di riferimento per una composizione politica della crisi libica”.
 

A parere di Di Maio le truppe del generale “non hanno mai poi proceduto a un’effettiva cessazione delle ostilità, e anzi hanno annunciato il 7 maggio l’avvio di una nuova campagna militare” per la presa della città di Tripoli. Il ministro aggiunge che “l’Italia ha sempre chiesto la fine delle interferenze esterne in Libia, che sono adesso più forti di prima; solo quando si verificherà questa condizione anche le spinte interne che alimentano il conflitto perderanno di forza e di slancio”.
 
Di Maio ha poi acceso un faro su un personaggio poco conosciuto della vita politica libica, il presidente del parlamento Agila Saleh. E’ un leader politico dell’Est del paese, ovvero della Cirenaica in cui Haftar ha imposto con le armi il suo controllo totale. Di recente, anche di fronte agli insuccessi militari di Haftar attorno a Tripoli, Agila ha fatto una sua proposta politica in otto punti, che il giorno dopo è stata praticamente travolta dal discorso con cui Haftar realizzava quello che è stato definito il suo “auto-golpe”.
 
Dice Di Maio che “la recente proposta politica di Agila Saleh con una roadmap in otto punti ha avuto il merito di rimettere sul tavolo un percorso di dialogo e negoziato che potrebbe rappresentare un’occasione utile per superare lo stallo”. L’Italia “guarda con molta attenzione alla proposta del presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk. Nell’ultimo colloquio telefonico con lui, il 7 maggio ho auspicato che le divergenze vengano superate e il Foro di dialogo politico libico sia convocato al più presto”.
 
Di Maio aggiunge di aver invitato Agila Saleh in Italia, “spero di riceverlo al più presto a Roma, tutte le iniziative che vanno in direzione del dialogo, di trovare una soluzione diplomatica sono ben accette e noi le incoraggiamo”.
Di Maio ha poi affrontato un altro capitolo della politica italiana verso la Libia di questi mesi: il ruolo dell’ospedale militare schierato dal 2017 a Misurata e di fatto poco utilizzato negli ultimi mesi.
 
Nei giorni scorsi il vice-presidente libico Ahmed Maitig in un’intervista aveva invitato il governo italiano a rivedere il ruolo dell’ospedale, per utilizzarlo al meglio. Da mesi erano state fatte richiesta cui Roma ancora non aveva dato risposte. Adesso Di Maio dice che “l’Italia lavora al potenziamento dell’ospedale militare di Misurata per aiutare la popolazione libica nella battaglia contro il coronavirus. Nelle intenzioni del governo – e potrete accertarlo con il ministro della Difesa Lorenzo Guerini -c’è già la volontà, e ci stiamo lavorando su richiesta del governo libico, di potenziare l’ospedale di Misurata per aiutare il popolo libico in ottica Covid”.

Ieri notte proprio contro un ospedale, quello Centrale di Tripoli, i miliziani del generale Haftar hanno lanciato molti razzi che hanno fatto 14 fertiti e hanno costretto molti medici e infermieri (fra cui un gruppo di infermiere filippine) ad abbandonare l’ospedale. 
 



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