Lina, lavoratrice in una mensa: “Da febbraio senza stipendio, penso sempre ai miei bimbi”

Lina Rossi ha 53 anni, lavora alla mensa di una scuola materna genovese. “Lavoravo, prego”. Confessa di non riuscire a smettere di pensare ai “suoi” bambini. “Ne ho un centinaio. Che golosi: l’ultima volta gli ho servito pasta al pesto, la loro preferita. Era il 23 febbraio. Poi hanno chiuso tutto”. Chissà quando potrà rivederli. “E se succede, ci saranno regole diverse. Guai, a stare vicini. Ma chi li rivedrà più, tutti felici, seduti ai loro tavolini? Non credo ritroveremo l’armonia, la spontaneità di allora”. Due mesi fa, sembra passato un secolo. Faceva 15 ore settimanali, 500 euro al mese. “Uno stipendio importante, per me: vivo con mio marito Stefano, pensionato delle riparazioni navali. Abbiamo un piccolo mutuo, le bollette da pagare. Mi hanno messo in cassa integrazione, a 75% del reddito. Per ora non abbiamo visto un centesimo. E’ dura”. Racconta di non avere il coraggio di lamentarsi, perché le altre colleghe stanno peggio. Molto peggio. “Qualcuna vive da sola, con figli. Non ce la fanno a tirare avanti. Qualcuna è andata a ipotecare gli ori di casa. Altre hanno chiesto aiuto alla parrocchia, alla Caritas. Come la mia migliore amica, che ha 3 ragazzi: l’altro giorno mi ha mandato la fotografia dei carabinieri che le portavano a casa la spesa. Non sapeva se piangere per la felicità, o la vergogna”. All’inizio Lina era fiduciosa. “Sono una persona positiva, allegra. Però adesso non vedo nessuna luce, in fondo al tunnel. Parlano di tutto, però le mense scolastiche sembrano non interessare a nessuno. E chi darà da mangiare ai ‘miei’, ai vostri bambini?”.


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