L’ira della figlia Barbara “Trattamento disumano. Non sono io l’untrice”

Non ci sta al gioco delle colpe. È una figlia che ha il padre in ospedale, preoccupata, che aspetta e prega e non avrebbe voglia di pensare a altro. Solo che le parole pesano e non sempre si riesce a schivarle. Barbara Berlusconi non resta in silenzio. Risponde. Risponde a chi punta l’indice. Lo fa da Villa Certosa, in Sardegna, dove è ancora in quarantena con i suoi figli. «Sto vivendo momenti di grande angoscia per la salute di mio padre. Trovo disumano ritrovarmi su tutti i media dipinta come l’untrice ufficiale della persona a cui voglio più bene».

L’accusa, il peccato, è di essere stata poco responsabile. Non aver protetto il padre, perché, si legge in controluce nei racconti, qualcosa non ha funzionato. Qualcuno ha sbagliato. È la logica del capro espiatorio. Troppa vacanza, troppe feste, troppe uscite. C’è chi ha parlato di baldorie e balli al Billionaire e di un viaggio sulla «Morning Glory», il panfilo di famiglia, fino a Capri con un gruppo di amici.

Barbara Berlusconi considera ingiuste queste cronache. Vorrei proprio capire su quali basi sono stata indicata con certezza come la responsabile. Tra l’altro, i tempi e i ripetuti tamponi negativi fatti da mio padre dimostrano il contrario. La caccia all’untore è una cosa da Medioevo, e la trovo umanamente inaccettabile oltre che scientificamente indimostrabile».

La sua non è stata un’estate di feste e movide. «No, non ci sto a sentirmi dire questo. Non mi riconosco in questa specie di ritratto. Non ho condotto alcuna vita sregolata in Sardegna. Le volte che sono uscita la sera in tre mesi si possono contare sulle dita di una mano. Mai come quest’anno sono stata praticamente sempre a Villa Certosa: altro che movida. Pannolini, piuttosto».

Non ci sono state feste a Villa Certosa. Arriva anche una nota ufficiale da Arcore a smentirla. Barbara Berlusconi ridisegna i tempi. Non c’è lei al centro del contagio. Lo fa con l’amarezza di chi si ritrova davanti a un tribunale improvvisato. «Dopo tre tamponi e un test sierologico negativi è molto improbabile che papà abbia preso il Covid 19 da me. Lui è risultato positivo molto dopo, e ultimamente il periodo di incubazione del virus si è ridotto». Non buttatemi fango e da figlia chiede di poter vivere questi momenti senza ricostruzioni «indimostrabili e strumentali».

La richiesta finale è quel tanto di rispetto umano che spetta a tutti: «Credo di averne diritto». Poi una telefonata al padre: «Sei un uomo dalle mille risorse. Come da tante battaglie, ne uscirai più forte di prima. L’Italia ha bisogno di te perché sei l’unico che può portare moderazione e proposte concrete ed efficaci per risollevare il nostro Paese da questo momento di crisi e di sbando. Ti sono vicina con il cuore».

La malattia non è un giallo. Non servono investigatori. Questo è il momento di stare vicini a Silvio Berlusconi. È quello che ricorda Paolo, il fratello. «Sono sollevato dalle parole di Zangrillo. Siamo tutti più fiduciosi». Subito però arrivano le domande sui presunti untori. Ancora una volta: chi è il colpevole? «Questo – dice Paolo Berlusconi – mi sembra un gioco assurdo. Non si può sapere dove Silvio abbia preso il virus. Non ci sono colpe, ma casualità, è inutile cercare colpe. Ripeto. Non possiamo sapere come sia avvenuto il contagio, come in tutto il mondo avvengono con incontri, magari casuali».

Una cosa è certa: ammalarsi di Covid non è una colpa. Non c’è peccato. Nessuno se lo va a cercare. Questo vale per tutti. La caccia agli untori è una malattia.


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