Lo stadio Mundial acceso da Milito, un principe venuto da lontano

L’ultima Coppa dei Campioni italiana comincia da un uomo che si chiamava Salvatore e da una donna, sua moglie, che si chiamava Caterina. Si parla di molti, molti anni fa. Queste due semplici persone vivevano a Terranova di Sibari, in provincia di Cosenza, e della Coppa dei Campioni (poi, Champions League) non avevano mai neppure sentito parlare. Costoro avevano un nipote di nome Diego, nato però in Argentina sulle strade di una geografia che parte dal sangue ma finisce, com’è inevitabile, nei continenti, scavalcando gli oceani. Diego, cioè Diego Milito detto “el principe” per via dell’eleganza, e perché in Sudamerica se non hai un soprannome non sei nessuno.

Questo principe di discendenza calabrese aveva ancora la divisa da calciatore addosso, e i tacchetti delle scarpe picchiettavano il linoleum della sala stampa dello stadio Santiago Bernabeu di Madrid, quando a tarda sera del 22 maggio 2010, ormai quasi il 23 maggio, scese per dire che era tanto felice e che forse, magari, chissà, avrebbe lasciato l’Inter. Ma come? Segni due gol su due nella finale più importante della tua vita, e già apri una specie di trattativa contrattuale pubblica? Non fu molto principesco, tutto questo, anche se abbastanza sincero, e comunque Diego poi sarebbe rimasto all’Inter. Che nel 2010 era, come tutti sanno, l’Inter del “triplete”: scudetto, Coppa Italia e Champions League. Nessuna squadra italiana ci era mai riuscita prima e nessun’altra, per ora, ci è riuscita dopo. Solo la Juventus si è fermata sulla soglia dell’impresa, trovando però la porta chiusa.

Forse è giusto cominciare dallo stadio, per raccontare quella sera. Il Bernabeu, quello dell’urlo di Tardelli e del presidente partigiano che sventola la pipa. Era successo 28 anni prima: qualche fantasma bello di un’Italia-Germania che in fondo si reincarnava, almeno un poco, in Inter-Bayern Monaco. Non più Paolo Rossi e Zoff, Bruno Conti e Altobelli, ma il principe con la sua corte, e un bizzarro sovrano di nome Mourinho. Quanto pianse, quella sera, il portoghese. “Spero non sia per il senso di colpa”, disse a caldo Massimo Moratti che sapeva di avere perduto il suo Mou: l’allenatore sarebbe rimasto a Madrid, per guidare il Real dopo essersi preso la sua seconda Champions dopo quella col Porto. Seconda, e ultima. Piangeva Mourinho, piangeva Materazzi che l’abbracciava, piangeva Beppe Baresi, piangeva, moltissimo, Cambiasso: anche un suo salvataggio oggi un po’ dimenticato rese possibile la vittoria.

La partita era stata in equilibrio per mezz’ora, fino al vantaggio di Milito, geniale nel lanciare Sneijder di testa e poi chiudere il triangolo. Destro dal basso, micidiale. Uno a zero. I bavaresi erano forti ma non fortissimi. Avevano Ribery squalificato, e solo Robben provava ad accendere la fantasia della squadra insieme a Mueller, e un poco a Olic. Quella squadra avrebbe vinto la Champions tre anni più tardi, ma al Bernabeu era più forte l’Inter che la sua vera impresa l’aveva realizzata eliminando in semifinale il Barcellona di Messi, capolavoro tattico difensivo di Mourinho. Negli ottavi il Chelsea, nei quarti il CSKA Mosca. L’invenzione decisiva del portoghese fu Eto’o faticatore di fascia, quasi un terzino mascherato. “Per Mourinho avrei fatto qualunque cosa”, dirà l’attaccante.

Per la prima volta, la finale si giocò di sabato. E l’Inter provava a vincerla dopo 45 anni, il numero di maglia di Mario Balotelli rimasto in panchina: alla fine, quella maglia la sventolava come una bandiera. Quasi mezzo secolo è un sacco di tempo, e certamente lo pensava Massimo Moratti finalmente non più soltanto “il figlio di Angelo”, l’erede del sogno di quelle Coppe dei Campioni, l’Inter di Herrera, la Milano di Sandrino Mazzola, Suarez e Corso. Un lascito che sembrava non realizzarsi mai, e invece.

Il Bayern provò a rientrare in gioco, ma non ci fu mai la chiara sensazione che la cosa stesse per accadere. Solo vampate, brevi accensioni. L’olandese Robben ripeteva il suo movimento all’infinito, corsa a destra, conversione al centro, tiro a effetto. Un paio di volte di pensò Julio Cesar, poi Cambiasso a quel modo. Infine, il nipote di Salvatore e Caterina rese perfetta la sua partita con l’azione del raddoppio, quel dribbling in corsa e poi il piede destro che si apre come un petalo. Due a zero. La notte della vita per Diego Milito. Un poco si mise a piangere anche lui.
 



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