L’odiosa bugia di un Natale più “autentico”

Se per caso vi è capitato di pensare che mai nella vita eravate arrivati a una settimana dal Natale più demotivati, ansiosi, incerti e depressi, sappiate che non siete gente di spirito. Anzi, stando alle ultime parole di presidente del Consiglio, presidente della Repubblica e Papa, non avete proprio colto la fortuna che vi è toccata. Perché questo Natale, ignoto e angosciante, è l’unico veramente autentico.

Aveva iniziato Giuseppe Conte, quando in delirio di onnipotenza gesuitica si era autoeletto anche premier dell’anima degli italiani per convincerli che passare le Feste in magnifica solitudine fosse una sorta di elevazione: «Il raccoglimento spirituale non viene bene se si è in tanti». Come se qualcuno gli avesse chiesto consiglio alla posta del cuore, come se tutti ambissero a vivere in una cella conventuale. Mercoledì, poi, le parole di Papa Francesco, stavolta da Cattedra legittima: «Disagi e restrizioni siano l’occasione per riscoprire lo spirito religioso, uscendo dal consumismo». Infine ieri gli ha fatto eco Sergio Mattarella che, nel rivolgere i suoi auguri di compleanno a Bergoglio, ha sottolineato come «le limitazioni dischiudono un richiamo agli aspetti più autentici ed essenziali di questa festa». In sostanza, le tre più alte autorità secolari e religiose d’Italia non si capacitano di come i cittadini non siano entusiasti del Natale peggiore dalla guerra mondiale.

In questa esaltazione della sofferenza c’è molto del messaggio cristiano e, in generale, dell’ascetismo. C’è l’idea che la santità arrivi attraverso le avversità («È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli»); c’è la metafora del deserto in cui le privazioni riconciliano con una dimensione «superiore» a quella materiale. Per questo il richiamo del Pontefice ha radici profonde, anche se non si capisce bene come le zone rosse possano piegare il consumismo: mai come quest’anno si faranno regali spersonalizzati su Amazon senza neanche tenersi per mano mentre si cercano idee tra le vetrine; inoltre, a voler essere pignoli, per aiutare il commercio (diabolico a prescindere) si sono aperti i negozi e si è varato il cashback, con il risultato che per spendere si sono dovuti reintrodurre i divieti di spostamento. E molte famiglie resteranno divise proprio per questa peccaminosa propensione al consumo.

Se il Papa fa doverosamente il Papa, quel che è inaccettabile è che le autorità laiche lo imitino, provando a spacciare per risorsa trascendente una situazione in cui parte della responsabilità è delle stesse autorità. Inaccettabile è ammantare le rinunce di santità, spacciare lo stato di emergenza come stato di virtù, negare la legittimità del malcontento, come se fossimo sessanta milioni di contadini della canzone di Jannacci, che «sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re». Cosa c’è di «alto» e «morale» nel non poter far visita a genitori anziani con cui da mesi non si hanno contatti per paura dei contagi? Cosa c’è di genuinamente umano nel delegare alle videochiamate i surrogati degli abbracci ai nipoti e nel sostituire il bacio sotto il vischio con il rito del tampone? Cosa c’è di «spirituale» nel non poter condividere con gli affetti più cari l’unico momento dell’anno in cui la quotidianità – questa sì stressante, consumistica e consumante – ci lascia recuperare una sincera dimensione familiare? E cosa c’è di indegno se questo piccolo miracolo avviene attraverso piccole cose come il panettone, lo spumante, l’albero o il cotechino?

Le rinunce hanno un valore etico se sono scelte liberamente. Se sono imposte, sono solo doveri da rispettare. La maggioranza degli italiani ha accettato le difficoltà con serietà per dieci mesi, e lo stesso Mattarella lo ha sottolineato spesso. Nessuno oggi ha il diritto di pretendere l’estasi mistica della privazione da chi da mesi vive i suoi guai. Chiedete ai ristoratori, ai commercianti demoniaci alfieri del consumismo, ai cassintegrati, ai camerieri, ai genitori, agli stessi ragazzi mezzi depressi e mezzi alienati se sono grati di questo bel Natale platonico dove le strade, anziché portare tutte a casa, portano al massimo al confine del Comune di residenza.

In uno Stato laico, seppur profondamente cattolico come il nostro, non si dovrebbero coltivare santi, ma cittadini. E dovrebbero valere le parole di una protestante come Margaret Thatcher: «Natale è un giorno di significato e di tradizioni, un giorno speciale trascorso nella calda cerchia della famiglia e degli amici». Senza questi contatti, resta un giorno sul calendario. Non più profondo e più vivido, solo grigio come tutti gli altri di questo anno di cui solo un flagellante medievale potrebbe essere felice.



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