Manchester City-Gornik, 50 anni fa la finale che non vide quasi nessuno

ROMA – Diamo una mano, anche se tardiva, a Manchester City-Gornik Zabrze. Andiamo a guardarla (forse chiedere di ammirarla è un po’ troppo) su Youtube. Ne vale la pena perché ancora oggi, a distanza di 50 anni, rimane la finale europea “più sfigata di tutti i tempi” (il City conquistò la Coppa delle Coppe del ’70). Non bellissima, ma neppure brutta. Ce ne sono state di peggiori. Solo la più sfigata. E se restiamo alla sua capacità di penetrazione nell’audience di allora, sfigata di proporzioni fantozziane. Con una punta di amarezza, la Bbc non si è potuta esimere dal ricordarla per questa sua unicità che adesso la rende quasi mitica. La stessa Bbc che l’aveva ignorata a suo tempo.Spalti quasi desertiMa andiamo con ordine. Il City vince 2-1. Si gioca al Prater di Vienna. E qui cominciano i guai. Alla partita assistono poco più di 8 mila spettatori, il che rende il leggendario stadio, che aveva già visto l’Inter conquistare la sua prima Coppa dei Campioni sei anni prima ai danni del Real Madrid (in quel caso c’era un po’ più di gente: 72 mila spettatori), una scodella vuota. Finché non comincia a diluviare: la scodella a quel punto si riempie, ma d’acqua. Metà del pubblico è inglese e anche quando viene assalito dalla pioggia (dopo cinque minuti) non ci fa caso: 4 mila tifosi (mai così tanti inglesi in trasferta prima di quell’evento…) erano partiti da Manchester sostenuti dalla prima possibilità concreta, sul palcoscenico internazionale, di poter smentire le dicerie, assai diffuse, sulle dimensioni del loro club (“era come dire che qualcuno parlava a sproposito delle dimensioni del nostro pene”, scrisse un tifoso qualche anno fa al City di Guardiola, implorandolo di ripetere le gesta quel giorno).Solo duecento polacchiRaccontavano: “Non avete storia e non ne avrete mai”. Parafrasando, per restare alla similitudine del tifoso, era come dire: “E’ inutile che andate a donne, tanto farete sempre cilecca!”. Tremilaottocento sono gli autoctoni, molti dei quali attratti dal costo bassissimo (anche questo un record: appena 800 lire di allora per una gradinata!) provocato dalla prevendita praticamente nulla. Solo duecento i polacchi, che ancora rovistavano nelle tasche per trovare la monetina miracolosa che li aveva portati a Vienna e che soprattutto sapevano di dover patire le pene dell’inferno per ottenere un visto per l’Europa Occidentale. Insomma uno spettacolo per poco più di un condominio. Eppure era una finale di Coppa delle Coppe. Dalla sua, il Gornik era diventato famoso soltanto in Italia, o meglio a Roma. I tifosi giallorossi non più ragazzini forse ricorderanno quella semifinale conclusa con il lancio della monetina. Quando furono sorteggiati i polacchi, quelli di Lubanski e Banes, a Roma brindarono perché nell’altra semifinale sembrava che fossero state relegate le due vere favorite alla vittoria finale, il City e lo Schalke 04.La monetina tradì la RomaCome spesso gli capitava di essere, eccessivo e fuori sincrono rispetto alla realtà, Herrera mandò alla truppa segnali di vittoria anticipata. Senza provvedere a caricare il gruppo nella giusta maniera, dosando motivazioni e preoccupazioni. La Roma pareggiò all’Olimpico (1-1) e fu sul punto di perdere 2-1 nel ritorno giocato a Katowice. Se non fosse stato che il selvatico Francesco Scaratti, mito di Torre in Pietra, scarica in rete a un minuto dalla fine la “cannonata” (così si diceva allora) del 2-2. Senza i rigori, che non esistevano, si arrivò alla terza gara giocata a Strasburgo: pari anche quella volta (1-1) e la Roma venne rispedita a casa della monetina, sperimentando sulla propria pelle che, come le medaglie, anche le monetine hanno due facce. Con una differenza: quando si parla di medaglie c’è sempre di mezzo la metafora, con le monetine si va (o si andava) molto più sul concreto. Il City travolse lo Schalke.Il replay di Fa CupVenne così City-Gornik. Come se non bastasse lo scarso richiamo mediatico delle due squadre, si aggiunse al quadro una coincidenza spaventosa. Il tassello che mancava. Proprio quella sera, a Wembley, si sarebbe giocato il replay della finale di Fa Cup Chelsea-Leeds (un replay in FaCup non si riteneva necessario dal 1912!). Maledizione nella maledizione, quella partita è ancora oggi registrata come il quinto spettacolo televisivo più visto nella storia della tv britannica (dopo la finale dei Mondiali il 30 luglio del ’66, il funerale di Lady Diana il 6 settembre del ’97, un documentario sulla famiglia reale andato in onda alla fine di giugno del ’69 e l’ammaraggio dell’Apollo 13  il 17 aprile del ’70). In pratica accadde questo: 28 milioni e mezzo di telespettatori britannici erano in quel momento inchiodati ad assistere ad una partita di calcio.Niente direttaMa nessuno di loro stava guardando City-Gornik. La Bbc, che allora aveva soltanto due canali, aveva infatti deciso di rinunciare alla diretta: “Andai a Vienna”, ammise il telecronista Barry Davies, informato del cambio di palinsesto, “ma per tutto il tempo, anche mentre raccontavo la diretta del match, mi chiesi: ma io che ci sto a fare qui?”. I tifosi del City si dovettero contentare di una differita in seconda serata. Una beffa colossale che sembrava la perfetta ciliegina sulla torta della scalogna del City, “la squadra senza storia”.La serata di Francis LeeAllenato da Joe Mercer, al City mancava Summerbee, infortunato. La star di quella sera fu Francis Lee, che compiva gli anni proprio quel giorno (26), ben assistito da un nome molto rock sulla fascia come quello di Neil Young. Fu Young a segnare la prima rete, con una deviazione casuale, e poi a essere quasi tranciato dal portiere in uscita per il rigore di Lee del 2-0. Il Gornik avrebbe ridotto le distanze nel secondo tempo. Il City, che giocò con la maglietta a strisce rossonere, comunque dominò in un pantano allucinante. Particolare sembrò la partita del portiere polacco Kostka: veramente in difficoltà con la pioggia battente, goffo, colpevole quasi sempre. La sera del trionfo i “citizens” suonarono rock’n’roll nella hall dell’albergo dopo aver sequestrato il pianoforte e stremato la resistenza del direttore, a sua volta messo a dura prova dalle lamentele degli altri clienti.Quattro giorni di festaLa festa del Manchester durò quattro giorni. Tornarono a casa verso le quattro del pomeriggio successivo. Fecero due pranzi e tre cene: “Non dormii per 96 ore”, ricordò Lee. Eppure non tutti brindarono per quello che rimane l’unico successo europeo del City (se lo ricorda Guardiola?). Il vice presidente Frank Johnson minacciò di ritirare la squadra dall’Europa nella stagione ’70-’71 per protestare contro la scelta di Vienna: sosteneva di aver perso tanti soldi a causa dello scarso pubblico e della cattiva gestione complessiva dell’Uefa. Non se ne fece nulla ovviamente. E la ricompensa fu che l’anno successivo ai quarti di Coppa delle Coppe, il City tornò ad incrociare il Gornik, che nel frattempo s’era inferocito e anche rinforzato. Il City stavolta passò alla “bella” per 3-1. Ma la maledizione della “squadra senza storia” era sempre dietro l’angolo: in semifinale il City le prese dal Chelsea che avrebbe poi vinto la Coppa a spese del Real Madrid: al replay però. E quella volta il City e tutta la sua gente poterono guardarsi in diretta la partita in tv. Magari rosicando un po’.


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