Massini, l’Italia è ancora ‘Sul lavoro fondata’?

“Due anni fa sono salito ospite sul palco del concertone di San Giovanni a Roma. Ho vissuto quell’ebbrezza di stare in piedi, davanti a decine di migliaia di persone strette una accanto all’altra per festeggiare il lavoro. Quest’anno molti di noi sono senza lavoro e senza neanche la possibilità di celebrarlo”. Nasce da qui, spiega Stefano Massini, “Sul Lavoro Fondata – Persone, Mestieri, Pensieri”, nuovo mosaico narrativo dell’autore che tra teatro, tv e pagina scritta, è arrivato a conquistare Broadway e La comedie Francasie (dove in queste settimane erano in cartellone la sua “Lehman Trilogy” e “7 minuti”), ora narratore d’eccezione per la prima serata del Primo Maggio di Rai5 alle 21.20.

Un esperimento di televisione civile, che mette insieme il Piccolo di Milano e Fondazione Teatro della Toscana con il Comune di Firenze e Fondazione Sistema Toscana, per la regia di Tobia Pescia, in un momento tanto delicato della vita sociale, economica e culturale del Paese paralizzato dalla quarantena. “Non è un spettacolo, ne’ una conferenza – racconta Massini all’ANSA – È una riflessione, un insieme di domande e risposte su cosa sia diventato il lavoro oggi”. Scenario, l’atmosfera rarefatta e a tratti drammatica della Cavea deserta del Teatro del Maggio Fiorentino di Firenze, solitamente affollata di migliaia di spettatori, che Massini divide solo con i musicisti Stefano Corsi ed Enrico Fink. “L’articolo 1 della nostra Costituzione – prosegue lo scrittore – dice che siamo una Repubblica fondata sul lavoro. Ma lo siamo ancora? Non sapevo che fu un giovanissimo deputato pugliese, Aldo Moro, a insistere per quella specifica”. Così Massini snocciola il tema del lavoro, spesso ricorrente nei suoi scritti, tra piccole storie di universi all’apparenza inconciliabili, da Abramo Lincoln al Pinocchio di Collodi, da George Orwell a un operaio salumiere emiliano nel 1950 fino al leggendario Rabbino che creò il Golem. E la stessa produzione di “Sul Lavoro Fondata” diventa emblematica, perché una delle prime realizzate grazie allo sforzo di quel mondo dell’arte che si è dovuto fermare, in attesa di risposte e previsioni di ripartenza che sembrano non arrivare (l’autore ha voluto che la sua partecipazione fosse gratuita, ma che a tutte le maestranze coinvolte fossero riconosciuti adeguati compensi per la prestazione).

“Registrare? Non è stato difficile: la Cavea è immensa e noi eravamo in cinque – dice – Più bizzarra è stata la preparazione, seduti da un capo all’altro del tavolo, chiedendoci se potevamo toccare il blocco di appunti passato dal vicino”. In queste settimane, intanto, ha continuato la narrazione del nostro tempo a Piazza Pulita, su La7. “Il Coronavirus – dice – ha dimostrato quanto inutili fossero alcuni aspetti della nostra vita e quanto invece prioritarie per il nostro equilibrio siano cose minuscole e insospettabili come scegliere il bar per un caffé. Forse però ho esaurito ciò che avevo da dire. Non credo ne scriverò”. Annullate, invece, le date di “Storie”, spettacolo ogni sera diverso al Piccolo di Milano con Paolo Jannacci, previsto per aprile e tutto esaurito già a febbraio. “Appena ci verrà reso possibile, lo faremo, anche in mezzo a una strada – assicura – Spero però che l’esperimento di ‘Sul Lavoro Fondata’ stimoli la riflessione. Non fingiamo di non vedere che si parla tanto di fare ripartire gli allenamenti di calcio e nulla si dice del teatro. Lo chiedo da tifoso: perché undici giocatori possono stare insieme su un campo e undici attori non possono provare Amleto? Perché si ipotizza la riapertura di spiagge e luoghi di culto? Qual è la differenza tra cento persone in chiesa e cento in un teatro? Il timore è che si viva lo spettacolo dal vivo come il gingillo decorativo della vita sociale: se c’è bene, altrimenti si vive lo stesso. Guardo la mia Firenze, culla delle Arti e dei mestieri, e ancora di più penso che questa è una visione spietata, sbagliata e agghiacciante”.


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