Napoli e Maradona, lo scudetto bis per dirsi addio

Non avrebbe mai dovuto esserci un pomeriggio così. Anzi a esser precisi un momento fissato nel tempo e nella memoria: le 17.47 di domenica 29 aprile 1990. Da quando sei anni prima Maradona era entrato dentro il San Paolo la storia aveva già bussato troppe volte per poter pensare che certi corto-circuiti spazio temporali potessero ripetersi con inconcepibile frequenza.

BLOOOOG! L’ULTIMO MARADONA

Era stato talmente eccezionale il primo scudetto del Napoli – tre anni prima tra l’altro – da pensare che non sarebbe mai potuto esistere un secondo. Per giunta strappato a un drago dalle 7 teste come il Milan di Arrigo Sacchi e dei tre olandesi, già trionfatore dell’ultima Coppa dei Campioni. La ripetizione dell’impresa era un qualcosa che faceva parte di mondi diversi e paralleli: la Juve, il Milan e l’Inter quelli potevano vincere e ripetersi, gli altri no. Tutti gli altri erano (sono?) destinati a fare da contorno, da riempitivo, da intermezzo, da simpatico colore: il primo scudetto del Napoli era stato così straordinario da far esplodere la leggenda popolare, l’arte, la letteratura europea e sudamericana e soprattutto tutto l’esoterismo partenopeo col fantastico “Che ve site perso” rivolto ai defunti del cimitero di Poggioreale. (Per inciso, sembra proprio che quella scritta non fu mai fatta, almeno lì e in quel momento, e che fu solo la fantasia di un giornalista napoletano a creare la meravigliosa leggenda). Ce ne era abbastanza insomma per non dare null’altro al Napoli di Maradona e Careca e dare tutto invece al Milan divino di Gullit, Van Basten e Rijkaard. Non era previsto che anche il Napoli potesse fare epoca.

E invece il Napoli aveva strappato il secondo e ultimo scudetto della sua storia al fotofinish proprio col Milan di Sacchi, in un esibizione eccezionale di talento e fantasia, rabbia e volontà, veleno e congiura. Né il Milan tutto, né Berlusconi, ancora non “sceso in campo” in politica ma comunque popolare dispensatore di intrattenimento tv, fossero le tette di “Colpo Grosso”, le risate di Drive In o i gol dei suoi olandesi, né Arrigo Sacchi stesso, né Van Basten, addirittura fino a oggi – “Quello del 1990 fu uno scudetto rubato al Milan” – riconobbero mai la legittimità di quel successo. Per la storia della moneta di Alemao a Bergamo e per il crac del Milan a Verona con l’arbitro Rosario Lo Bello accusato di essere il killer del sogno rossonero.

La realtà è che il primo scudetto del Napoli non ebbe quasi avversari mentre il secondo fu uno scontro fra due partiti. Il partito di Maradona e il partito di Sacchi. Essere e avere, sinistra e destra, cuore e cervello, Yin e Yang, bianco e nero. Due poli contrapposti che ora si respingono e ora si attraggono come una calamita.

Il vero, ideale e simbolico avversario di Maradona non fu dunque Van Basten (capocannoniere con 19 gol, davanti a Baggio 17 e Maradona 16) che pure era fatto della medesima materia celestiale, ma Arrigo Sacchi stesso. Perché Diego era il genio fatto uomo, lo scugnizzo del popolo, e Arrigo Sacchi invece Napoleone, il generale filosofo del calcio collettivo. Anzi il dittatore del collettivo.

Avreste mai potuto mettere insieme quello del gol all’Inghilterra e quello che prevedeva un’orchestra governata dal suo spartito e basta? No, o stavi con l’uno o stavi con l’altro, non era possibile alcun compromesso. “Persino a De Niro servono un copione e un regista” diceva Arrigo. Anche se l’uno riconosceva la grandezza dell’altro. Sacchi disse che “Diego è l’unica eccezione possibile, l’unico che può giocare da solo e senza spartito” e Maradona disse a Sacchi stesso: “Devi venire al Napoli, con me e Careca partirai sempre dall’1-0”.

La realtà è che il Napoli di Maradona aveva tenuto testa al Milan di Sacchi (anzi lo aveva tenuto dietro…), nei confronti diretti 3-0 al San Paolo e 3-0 a San Siro. Perfettamente pari. E al di là delle famigerate 100 lire in testa ad  Alemao – su cui lucrò un punto in più a tavolino – il Milan non era stato perfettamente all’altezza della sua stessa straordinarietà. La Fatal Verona 1990 più che un delitto perfetto eseguito da Lo Bello jr. con l’espulsione di Sacchi, Rijkaard, Van Basten e Costacurta, fu soprattutto il collasso del sacchismo mandato in tilt da un uomo solo. Addirittura a distanza. Quel Verona lì stava finendo in B, e anzi all’ultima di campionato perse col Cesena e non ebbe scampo.

Il grandissimo Milan di Sacchi seppe vincere due Coppe dei Campioni consecutive ma non due scudetti. All’uscita degli anni 80 si compì così la parabola più straordinaria del nostro calcio, Maradona portò un altro scudetto a Napoli – non molto distante, come impresa, dal vincere un mondiale… – mentre andava già manifestando propositi di addio. Anche Sacchi poco dopo avrebbe vinto la sua seconda Coppa dei Campioni. E da allora nessuno dei due avrebbe vinto altro.



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