Orlando “Credo nell’auto, ma servono garanzie sui posti di lavoro in Italia”

Il dibattito sul caso Fca è cominciato con un suo tweet: “Chi chiede aiuti allo Stato riporti in Italia la sede fiscale”. Andrea Orlando, vicesegretario del Pd, ex ministro della Giustizia, ha aperto così una contesa che ha diviso anche la maggioranza: è giusto o no che una impresa con base all’estero possa accedere al prestito garantito dalla Stato previsto dal decreto liquidità? Fca, colosso dell’auto controllato da Exor, che dal 23 aprile è proprietario del gruppo Gedi editore di questo giornale, ha chiesto alle banche un prestito di circa 6 miliardi . “Ora- dice Orlando a Repubblica – bisogna evitare gli errori fatti in passato. È giusto dare alle grandi imprese, ma anche avere garanzie che non sempre si è riusciti a costruire e soprattutto a far rispettare”.

Tra le garanzie deve esserci anche il ritorno in Italia della sede fiscale della capogruppo Fca?
“La questione della sede ne solleva una più generale: evitare che risorse pubbliche siano utilizzate per operazioni diverse dal rilancio industriale del nostro Paese”.



Quindi per lei il ritorno della sede in Italia non è una condizione in senso stretto?
“Credo sia un obiettivo, le condizioni sono la difesa occupazionale e degli insediamenti industriali. In passato ci sono state aziende che hanno preso contributi pubblici e poi hanno delocalizzato. Non deve accadere. Sono già arrivate delle risposte con emendamenti al decreto approvati in commissione e anche il ministro si muove in questa direzione”.

Fca Italia paga qui le tasse.
“Sì, e negli anni ha avuto anche un generoso sostegno dall’Italia. Fca sta affrontando una transizione e ogni passaggio prossimo può ridurre la sua presenza industriale. Siamo in una fase in cui lo Stato ha acquistato un ruolo più pesante che in passato, per ragioni che avremmo preferito tutti non vivere, e credo sia legittimo aiutare la ripresa ma anche garantire l’uso delle risorse pubbliche per difendere la presenza industriale”.

Zingaretti è intervenuto ieri. Ha chiesto garanzie, ma non ha parlato di sede. È una correzione di linea?
“Io vedo solo la differenza tra lo strumento del tweet, il mio, e un comunicato stampa, il suo. Non sulla necessità di garanzie”.

Cinquantacinquemila operai Fca e 300 mila dell’indotto non bastano a stabilire l’esistenza di un interesse nazionale?
“E dov’è la contraddizione tra il chiedere che Fca sia più italiana e che si difendano i posti di lavoro?”.

Ha detto: “Mi accuseranno di sovietismo”.
“Ho visto che condividono la mia posizione anche due bolscevichi come Carlo Calenda e Bruno Vespa. So bene che quando si discute di questi temi si scomodano categorie ideologiche o si cerca di ridicolizzare l’interlocutore”.

La sinistra negli ultimi anni ha avuto un rapporto oscillante con il mondo Fiat. Ricorda Fassino? “Marchionne socialdemocratico”.
“È una espressione che all’epoca non avrei usato e che, del resto, oggi farei fatica anche a usare per me stesso. Aveva senso pieno in un mondo novecentesco finito insieme alla speranza di uno sviluppo illimitato. Dico solo che gli stessi che, quando militavo nella destra del Pci, usavano il termine socialdemocratico come un’offesa sono spesso gli stessi che lo fanno tuttora, ma dal versante opposto, da campioni del liberismo”.

Bentivogli, segretario dei metalmeccanici Cisl, la accusa di populismo sulla politica industriale.
“Bentivogli da una parte lancia accuse di populismo e dall’altra parla di discussione da salotto. Si metta d’accordo con se stesso. Io non mi sento né populista né radical chic. E faccio notare che non appena si passa dalle astrazioni alla concretezza dello sviluppo e degli interessi dei grandi gruppi i sovranisti scompaiono dalla scena. Segno che in questi anni hanno approfittato della distrazione della sinistra su questi temi”.

Quale è la sua visione per l’industria automobilistica?
“Senza Fiat non esiste la storia industriale italiana, ne sono consapevole. E un Paese di 60 milioni di abitanti non vive di bellezza e di turismo, specie dopo una pandemia. La crescita del settore manifatturiero deve essere un obiettivo primario”.

Nel governo l’industrialismo è visto con sospetto da una parte della maggioranza. Il M5S nasce sulla decrescita felice e proponeva un parco a tema al posto dell’Ilva.
“Ci aspettano tempi difficili che cambieranno radicalmente l’approccio di tutte le forze politiche. Il rischio è un aumento esponenziale della disoccupazione e una decrescita tutt’altro che felice. Sul decreto rilancio, comunque, i ministri Gualtieri e Patuanelli hanno lavorato benissimo insieme”.

Il M5S è contrario all’uso del Mes. Il Pd accetterà il veto?
“Non è più tempo di scelte ideologiche. Confido che tutti saranno più ragionevoli”.

Lei ha evocato la possibilità che centri di poteri e gruppi editoriali lavorino alla caduta del governo Conte. Può spiegare a chi si riferisce?
“Se stiamo alle mie dichiarazioni testuali, si vedrà che sono molto lontane da un libro di Dan Brown. La questione è semplice. Aumenta il ruolo dello Stato, il governo è chiamato a scelte strutturali che avranno impatto sul lungo periodo e quindi aumenteranno le pressioni legittime per orientare queste scelte. Nulla di strano, ma è chiaro che il governo è esposto a rischi perché in Italia c’è un legame tra informazione e interessi finanziari più stretto che in altri Paesi. Un tema che non esisteva solo ai tempi di Berlusconi”.

Pensa che Repubblica o il gruppo Gedi vogliano attentare al governo Conte?
“Nel colloquio che ho avuto con un altro quotidiano non ho attaccato né Repubblica né il gruppo Gedi. Il problema è di carattere generale”.

C’è chi lavora a un governo tecnico per sostituire Conte?
“Vedo al lavoro apprendisti stregoni, ma sappiano che se salta il quadro attuale non vedo nessuna ipotesi alternativa di governo all’orizzonte”.

L’apprendista stregone è Renzi?
“Non credo, ma è comunque sbagliato tenere il governo in uno stato di tensione permanente”.

Non teme che l’evocazione di complotti serva anche da alibi per il governo sui ritardi nella fase 2?
“Mai parlato di complotti e non c’è dubbio che bisogna affrontare il problema dei ritardi negli effetti dei provvedimenti già assunti. Ma soprattutto serve uno scatto inedito sul tema della sburocratizzazione. Gli imprenditori che andranno a tirare su la saracinseca non devono più avere di fronte la pubblica amministrazione di prima, lenta o inefficiente.
Penso ad esempio a una liberalizzazione totale di tutti gli interventi di adeguamento alle norme anti-Covid o a forme di commissariamento quando rami della pa non sono in grado di rispettare le scadenze. Il governo va avanti se tiene forte il legame con le forze vive del Paese”.

Oggi si vota la sfiducia a Bonafede, suo successore alla Giustizia. Che succederà?
“Le ragioni per cui è stata posta la sfiducia sono irricevibili. Il loro unico scopo è la caduta del governo. Sulla politica della giustizia c’è ancora da discutere. Le cose che non hanno funzionato vanno corrette”.
 



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