Pandemie e day after: Saramago, guardare e non vedere

Se una cosa ci ricorda questa pandemia è che la natura è sempre più forte, più resistente dell’uomo. Non per nulla molti scrittori (e poi drammaturghi, registi di film e artisti diversi) da sempre hanno raccontato e creato storie esemplari, tra cronaca e metafora, su pestilenze, epidemie e altri cataclismi che cancellano o quasi il genere umano dalla terra e ne mettono a nudo la sua vera natura. Allora questi romanzi, queste cronache di day after, queste supposizioni di arrivo al limite e di salvezza in extremis, con cui viviamo una qualche consonanza, possono essere qualcosa che ci aiuta a capire e riflettere su quel che ci sta accadendo in questo inizio 2020, magari a metabolizzarlo in qualche modo, così da ripartire, come si dice ora, sapendo almeno un poco di più chi siamo.

In questo senso la grande storia di ”Cecità”, non a caso tra i titoli più citati in questo tempo di Covid-19, romanzo di uno scrittore di alto impegno come il portoghese José Saramago (1922-2010) è davvero illuminante per quel che l’uomo è o può diventare quando viene messo nell’angolo da forze e fatti che magari si scatenano in conseguenza di suoi comportamenti.

”Quanto ho sofferto a scrivere questo libro. E’ stato lungo come una lunga malattia. E ora posso solo augurarmi che soffrano così anche i suoi lettori” dichiarava lo scrittore a proposito di questa sua opera, di cui rivelava così la sincerità d’ispirazione e il fatto che più che un’allegoria fosse una sorta di drammatica simulazione virtuale, partendo dall’ipotizzare che per un qualche misterioso morbo tutti gli uomini divenissero ciechi, incapaci di vedere e quindi possiamo dire di capire.

Un semaforo diventa verde, le auto impazienti scattano, tranne tutte quelle di una fila, perché in quella in testa c’è un uomo che si sbraccia dietro il parabrezza mentre tutti suonano il clacson e quando lo raggiungono irritati scoprono che sta gridando sconvolto dall’angoscia di essere diventato improvvisamente cieco. Inizia così il racconto di questo ”Saggio sulla cecità” (che è il titolo originale) con l’uomo portato da un oculista, che non riesce a trovare una ragione per tale infermità, sino al momento in cui si rende conto di essere diventato cieco anche lui. Stesso destino spetta ai pazienti in sala d’attesa.

E’ l’inizio di un devastante contagio, per arginare il quale il governo decide di mettere tutti i nuovi ciechi in quarantena in un ex manicomio, dove pian piano riemergerà con veemenza la loro primitiva, egoistica malvagità, annullando ogni raziocinio e civiltà. Saramago sceglie di non dare nome ad alcun personaggio, identificando ognuno col suo lavoro e ruolo sociale. Una sorta di disumanizzazione simbolica che abbiamo, per alcuni versi, vissuto anche noi ora con il ‘paziente zero’, il primario, il virologo, l’atleta, l’infermiera. Tutto inizia partendo dal cibo col timore di non averne (ricordiamoci lo svuotamento e poi anche qualche assalto dei supermercati all’inizio del lockdown) così che si lotta per appropriarsene e ci si divide in gruppi ostili, con l’angoscia che porta a violenze e sopraffazioni, specie di chi riesce a conquistarsi un potere sugli altri, discriminandoli. Arriverà a liberare tutti un grande incendio scoppiato da alcune coperte cui le donne danno fuoco per difendersi da stupri di gruppo e come animali tutti si riverseranno nella città senza più freni, dove oramai tutti sono ciechi.

Si distingue il gruppetto del primo malato, pochi altri e il medico, la cui moglie pietosamente si è finta malata anche lei per non abbandonarlo e, emblema dell’intima diversità delle donne, continua a vederci e a guidarli in una situazione e con una responsabilità che vive sempre più con paura, costretta per difendersi a violenze che le sono estranee. Sarà grazie a lei che il suo gruppo si riorganizzerà in modo civile, in nome di quella solidarietà e umanità che pareva completamente perduta da uomini abbrutiti dalla quarantena, incapaci anche nella disgrazia di diventare migliori, che è poi quel che si discute oggi, interrogandoci su quanto questo vivere col coronavirus ci porterà a cambiare.

La risposta di Saramago, se come tale la vogliamo leggere, è negativa in questo inquietante ”saggio” antropologico che ci coinvolge con quella sua scrittura intrisa di oralità, asciutta e severa. Anche quando tutto sembra passare e la gente improvvisamente guarisce, felice e disorientata assieme, ha oramai la coscienza che gli istinti sono più forti della ragione e dei sentimenti di umanità. ”E’ di questa pasta che siamo fatti: metà di indifferenza e metà di cattiveria” si legge, arrivando alla fine con la riflessione del medico: ”Secondo me, non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”.
   


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