Rinascente, Brico, Decathlon & C, A rischio più di 220mila posti nelle grandi catene in Italia

MILANO – Il 20% dei punti vendita della grande distribuzione non alimentare italiana è a rischio chiusura causa coronavirus. E l’implosione del settore rischia di “fare perdere il posto di lavoro a un numero compreso tra 220mila e 380mila persone a seconda degli scenari” – è l’allarme di uno studio sul comparto di The european house- Ambrosetti -, e di aprire un buco tra i 24 e i 32 miliardi nelle casse dello Stato per il mancato gettito Iva. “Una situazione così non ce la immaginavamo nemmeno nel peggiore degli incubi”, sintetizza Claudio Gradara, presidente di Federdistribuzione. Supermercati e iper alimentari – rimasti sempre aperti – hanno per ora dribblato lo tsunami del Covid. Ma da Oviesse a Zara, da Decathlon a Rinascente e Upim fino a decine di piccole catene, il resto del comparto fuori dall’oasi alimentare è stato travolto dalla tempesta perfetta, “senza paradossalmente finire nell’elenco dei settori in crisi stilato dal Cura-Italia” dice Gradara.

I problemi della logistica si sono sommati agli effetti del lockdown – “il fatturato 2020 di queste imprese registrerà un calo tra il 36,7% e il 49,4% del giro d’affari”, calcola Valerio De Molli, managing partner di The european house-Ambrosetti – chi opera nell’abbigliamento e nella moda si è ritrovato in magazzino collezioni primaverili già pagate e impossibili da vendere.  E i grandi marchi di questo mondo – un po’ trascurati nei primi interventi del governo – hanno lanciato il pressing sul governo per riuscire a inserire nel decreto Rilancio alcuni provvedimenti – dagli incentivi per la riduzione del costo degli affitti fino agli incentivi per i consumi – necessari per ridurre al minimo i danni collaterali della pandemia.

Rinascente, Brico, Decathlon & C, A rischio più di 220mila posti nelle grandi catene in Italia

I numeri del settore, del resto, sono importanti. La distribuzione non alimentare genera un giro d’affari di 301 miliardi l’anno, occupa 1,4 milioni di persone e investe nel nostro paese 6,2 miliardi l’anno, quasi il 6% del totale nazionale. “Senza investimenti non c’è lavoro, né crescita né futuro – dice De Molli – e non sostenere un mondo che vale, tutto compreso, 542 miliardi pari al 12% del pil è un suicidio per l’Italia”.  Anche perché senza salvagenti tra il 17,8% e il 20% delle catene non alimentari (a seconda della rapidità della ripresa) rischia di chiudere i battenti.

“Anche le grandi imprese come noi hanno bisogno di sostengo per passare questa fase – conferma Stefano Baraldo, amministratore delegato di Ovs -. Servono aiuti sul fronte degli affitti come quelli garantiti alle pmi, magari con crediti d’imposta cedibili, per aiutare le negoziazioni con i locatari ed evitare conflitti tra le parti in causa. Poi vanno sostenuti i consumi abbattendo a zero l’Iva sui prodotti per l’infanzia, come è stato fatto in Gran Bretagna, o con voucher per le famiglie. C’è bisogno pure di un intervento sul cuneo fiscale per evitare licenziamenti”. La riapertura dei giorni scorsi è del resto partita a scartamento ridotto: “Aree come il bricolage viaggiano con cali contenuti del 10-15%, ma in altre aree come l’alta moda, che paga l’assenza dei turisti, il buco è molto più grande – dice Gradara -. I provvedimenti presi finora dal governo guardano indietro per sanare il pregresso, ma ora è il momento di pensare al futuro sostenendo redditi e imprese per evitare una drammatica mortalità di aziende nel nostro mondo”.



Fonte originale: Leggi ora la fonte