Space X porta nello spazio due astronauti Usa. La nuova frontiera dell’industria privata

LO SPAZIO torna a essere nuova frontiera: sì, ma dell’industria privata. Demo-2, la prima astronave interamente made in Usa con personale umano a bordo, decollerà mercoledì 27 dal Kennedy Space Center, alla presenza del presidente Donald Trump e pochissimi altri ospiti. E sarà davvero la consacrazione di quella Space X del miliardario d’origine sudafricana Elon Musk, 48 anni appena. Il visionario  fondatore pure del sistema di pagamenti online PayPal e di quella Tesla che ha rivoluzionato il mercato delle auto elettriche. Certo, il missile Falcon che porterà la capsula Dragon con a bordo i due astronauti Doug Hurley e Bob Behnken sù, fino la Stazione Spaziale Internazionale, parte con quattro anni di ritardo rispetto ai progetti originali, per colpa di due lanci catastrofici. Ma per gli americani quel lancio è un vero Independence Day: il giorno dell’emancipazione dalle Soyuz russe utilizzate per quel compito da quando la Nasa ha deciso di fare un passo indietro 9 anni fa. Quando scelse di affidare lo sviluppo dei nuovi mezzi spaziali alle industrie private, e cominciò a pagare altri per i servizi specifici.

Ecco perché il razzo in partenza mercoledì è davvero un nuovo inizio delle esplorazioni spaziali. L’America può finalmente tornare a immaginare un futuro fra le stelle. Alla gara spaziale, d’altronde, President Trump tiene moltissimo. E ha pure istituito quella Space Force, sesta branca delle forze armate, che dovrà vegliare sui satelliti lanciati oltre l’atmosfera. Nasa e Casa Bianca, dunque, possono davvero ricominciare a guardare lontano: ipotizzando il ritorno degli astronauti sulla Luna entro il 2024. E perché no, immaginarli in un futuro non troppo remoto, perfino su Marte: con Musk già a progettare un razzo immenso destinato a portare un enorme numero di passeggeri.


Molti osservatori, nota il Wall Street Journal, già equiparano l’importanza di questo lancio alle missioni Gemini degli anni Sessanta, quelle che aprirono la strada allo sbarco sulla Luna. Questa volta, però, la Nasa, che nell’impresa ha investito circa 7 miliardi di dollari, è “un cliente piuttosto che un operatore. Se il progetto fallirà se ne prenderà le colpe. Se invece sarà un successo la gloria andrà tutta a Space X”, dice al quotidiano economico Mark Albrecht, ex consigliere spaziale della Casa Bianca.

Naturalmente l’azienda spaziale di Musk non è l’unica industria privata in gara per la conquista delle committenze Nasa. Boeing ha già sviluppato una capsula rivale, la Starliner, secondo indiscrezioni pronta ad effettuare il suo volo di prova senza astronauti entro la fine dell’anno. E poi ci sono Virgin Orbit di Richard Branson e Blue Origin di Jeff Bezos: ma per queste ultime, l’arrivo del coronavirus ha eroso le prospettive di finanziamenti a breve termine.

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