Sulla app Ricciardi ha una idea diversa

Con la fase 2 sembra iniziata anche una fase nuova nel rapporto fra politica e scienza. Per oltre due mesi gli scienziati hanno dettato l’agenda, i virologi e gli epidemiologi hanno di fatto scritto le regole su cui si sono basate le compressioni dei nostri diritti individuali, hanno ottenuto il lockdown chiudendo scuole e uffici, parchi e negozi, cinema e teatri. Sono stati gli oracoli che la sera in tv, laddove un tempo c’erano i politici, ci indicavano la retta vita. Quella per sopravvivere. Se mettiamo da parte qualche narcisismo di troppo e alcune polemiche gratuite, gli scienziati nel loro complesso hanno evitato che una tragedia (di questo parliamo, più 50 per cento di morti a marzo), diventasse una catastrofe (il più 500 per cento registrato nella provincia di Bergamo). Adesso la politica sta tornando. In un certo senso è inevitabile e giusto. Qualche giorno fa il virologo Roberto Burioni spiegava questa dinamica facendo l’esempio del fumo: la scienza ci indica il rischio ma è la politica che sceglie di non vietare le sigarette. 

In questo caso ci sono tre evidenti segnali di un cambio di passo. Il primo è stato proprio la fase 2, la cauta riapertura: gli scienziati complessivamente sono perplessi, spaventati. Temono una recrudescenza dei contagi. “In quel caso, si chiude di nuovo tutto” ha detto chiaramente Walter Ricciardi, la figura più influente nel campo della scienza adesso, visto il ruolo di consigliere del ministro della Salute, membro di alcune task force e rappresentante italiano nel comitato dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Ieri Ricciardi si è ritagliato mezz’ora per fare una “lezione” agli studenti che faranno la maturità. E, dopo aver ribadito i timori per la riapertura, ha marcato altre importanti differenze di vedute con la politica. Una riguarda la app di tracciamento dei contatti dei contagiati. L’Italia come è noto ha scelto la soluzione tecnologica proposta da Apple e Google che mette al centro di tutto la privacy degli utenti, affidando a ciascuno il compito di isolarsi e presentarsi al servizio sanitario nel caso in cui si riceva una notifica di un contatto con una persona rivelatasi positiva. Ma per Ricciardi questa soluzione “non è efficace”. Il modello da seguire, lo ha detto chiaramente, è quello seguito dal Regno Unito, dove hanno deciso di sfilarsi dalla proposta arrivata dalla Silicon Valley, per costruire una app centralizzata che localizza gli utenti positivi in modo da poter determinare l’evoluzione del virus sul territorio. Chi ha ragione? E’ un dibattito complesso, “che nei paesi democratici ha aperto una discussione giusta”, ma mentre noi discutiamo “il virus vince” ha detto Ricciardi parafrasando un celebre detto latino. Quello che va registrato è che se la configurazione della app non verrà mutata all’improvviso nei prossimi giorni, questa è la seconda scelta fondamentale in cui gli scienziati indicano una strada e la politica va dalla parte opposta. Come finirà? Dice Ricciardi: “Io spero che in Italia si trovi un equilibrio, che però non sia un equilibrio che preservi la privacy senza bloccare il virus”.  Il terzo fronte aperto è quello dell’utilizzo dei dati, provenienti da diverse banche dati, e in particolare di piattaforme di biosorveglianza per monitorare in tempo reale l’andamento del virus e le relazioni dei contagiati. Quello che ha fatto il Veneto (e che Repubblica ha raccontato nei giorni scorsi). Secondo Ricciardi è quello di cui abbiamo bisogno adesso, “è la cosa più importante, altrimenti hai solo una app che ti fa una segnalazione, sganciata dalle indicazioni sanitarie”. Ma né i ministeri interessati, né le regioni, né i commissari hanno preso una decisione sul tema. 

La scienza da una parte, la politica dall’altra. Speriamo che si tratti soltanto della normale dialettica davanti a scelte delicate dove sono in gioco valori e interessi diversi: con una pandemia in corso, una divisione di questo tipo è la cosa peggiore che potremmo augurarci. 

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