Trapiantati un fegato e due reni, tenuti in vita per un giorno nel corpo del donatore

Gli organi vengono tenuti in vita artificialmente nel corpo di un cadavere  e solo dopo  vengono trapiantati. Un trapianto  fra i più  innovativi è quello eseguito  alcuni giorni fa alle Molinette: un fegato e due reni sono stati trapiantati con successo dopo essere stati tenuti in vita per un tempo record di quasi un giorno: prima nel corpo di una donna già deceduta e poi all’interno di apposite macchine da perfusione. 

In meno di quatto ore una lunga sequenza di azione rapidissime   dopo un  infarto cardiaco improvviso che ha colpito una giovane donna piemontese. Prima le prolungate manovre di rianimazione  Per tentare di salvarla, poi l’inserimento di cannule nei vasi femorali per attivare un sistema artificiale di ossigenazione e circolazione sanguigna extracorporea (ECMO). Tutto inutile: la  funzione cardio-respiratoria autonoma non é ripartita . La famiglia ha subito espresso la volontà di donare gli organI  ma  I  gravi danni subiti dal cuore e dai polmoni della donna ne escludevano l’utilizzo per trapianto,  mentre il fegato e i reni risultavano potenzialmente  idonei. 
 


A questo punto sono state messe all’opera in sequenza le più innovative tecnologie di “preservazione” d’organo attualmente disponibili. Prima di tutto, subito dopo la morte, per garantire l’ossigenazione degli organi addominali, è stata posizionata, spiega Marinella Zanierato (dell’Anestesia e Rianimazione universitaria, diretta dal professor Luca Brazzi una circolazione extracorporea (ECMO) nella configurazione di “perfusione regionale normotermica” dei soli organi addominali del cadavere della giovane donna, mantenendo fegato e reni in vita all’interno del suo corpo. “Durante 5 ore di questo tipo di perfusione, sia il fegato sia i reni hanno dimostrato di essere funzionalmente attivi ed in pieno recupero rispetto al danno patito a causa del prolungato arresto cardiaco. Quindi si è proceduto con il prelievo degli organi addominali della donatrice secondo tecniche tradizionali”.
 
 
Al momento del prelievo degli organi, le èquipe  trapianto dell’ospedale Molinette erano già impegnate rispettivamente in due interventi  di fegato e in due trapianti di rene. Si è reso quindi necessario, dopo la preparazione a banco del fegato e dei reni della donatrice, il posizionamento di questi organi all’interno di sistemi di preservazione *ex vivo”, ovvero extracorporei. Dopo le iniziali 5 ore all’interno del cadavere,  sono  stati  tenuti in vita anche successivamente all’esterno. Il fegato è stato trattato e valutato per il suo corretto funzionamento per ben altre 16 ore mediante “perfusione normotermica” (ovvero a 36.5 gradi, utilizzando sangue umano e sostanze nutritizie) con una apposita macchina da perfusione, in grado di mantenere in vita fuori dal corpo un fegato fino a 24 ore. Il fegato è stato così tenuto in vita per un tempo record di più di 23 ore prima di essere trapiantato. 
I reni sono stati invece preservati in “perfusione ipotermica ossigenata”,  a 12 gradi con aggiunta di ossigeno, utilizzando un’altra apposita macchina da perfusione per una durata di 10 ore complessive.
 
I tre trapianti (il fegato e i due reni) sono stati successivamente eseguiti e sono tecnicamente riusciti, tutti all’ospedale Molinette, con l’intervento delle équipes del Centro Trapianti di Fegato  e del Centro Trapianti di Rene.
I tre organi stanno funzionando regolarmente ed i tre pazienti riceventi sono stati appena dimessi.  La novità è stata utilizzare per il fegato per un così lungo tempo una metodica di preservazione alternativa a quella consueta “al freddo” in ipotermia. Con la preservazione statica ipotermica, infatti, l’organo può essere preservato al massimo per 12 ore. Inoltre, anche se il freddo rallenta il metabolismo cellulare permettendo la preservazione dell’organo, questo comunque subisce un danno, che è tanto più severo quanto più compromesse sono le condizioni di partenza dello stesso e proporzionale alla durata della preservazione. 
Il concetto della preservazione normotermica in macchina è radicalmente diverso. Si tratta di una metodica in cui, grazie all’utilizzo di un dispositivo particolare, si crea artificialmente un ambiente in cui il fegato di fatto “vive” al di fuori di un corpo umano, ricevendo l’ossigeno e i nutrienti di cui ha bisogno e funzionando in modo analogo a quanto si osserva in vivo. L’utilizzo di questa metodica non solo permette di minimizzare il danno che l’organo subirebbe durante la preservazione, ma anche di “rigenerarlo” grazie alla creazione di condizioni simil-fisiologiche.  


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